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CPSPescara stradaAustria

Qualche giorno fa mi sono soffermata a ripensare una questione che, malgrado il passare degli anni, è ancora in voga, scoprendosi tanto spinosa quanto fuorviante, e se vogliamo anche un po’ banale. Mi sono accorta che quando si tratta della funzione dello sport nel settore giovanile, da un lato c’è chi sottolinea quanto sia importante creare dei contesti perché i ragazzi crescano lontani dalla strada, e dall’altro chi ritiene che ad alterare l’evoluzione motoria e sportiva, dei bambini e degli adolescenti, sia proprio l’impossibilità di vivere per strada, e naturalmente nei parchi o nei cortili.

La domanda sorge spontanea: esiste un posto dove i giovani crescono meglio che altrove? O meglio, è davvero la strada il problema da cui dobbiamo partire, quando parliamo di giovani e di sport?

Sono ormai numerosi i seminari durante cui ho sentito sollevare la questione del gioco in strada e della sua utilità. Ma sono altrettanto numerosi quelli in cui ho sentito dire che grazie allo sport intere generazioni si sono salvate tenendosi lontane da potenziali minacce. E quindi?

Sono semplicemente due prospettive diverse (e forse complementari) o giriamo attorno ad un problema che non mettiamo a fuoco?

In effetti, agli inizi del 2000 enunciavamo più o meno le stesse idee che sento ancora oggi, e forse è arrivato il momento di superare le frasi fatte ed andare più a fondo rispetto alle lacune che il mondo sportivo fatica a colmare, negandosi  la prospettiva di spostare i limiti che si è dato.

Personalmente, non ho mai pensato e quindi credo di non aver mai detto (e se l’ho fatto chiedo scusa per aver sbagliato) che il problema sia quanto stai distante dalla strada. Da bambina ho giocato dovunque, nei cortili come in sala da pranzo o nella mia cameretta, dove devo ammettere venivano molto bene sia i giochi di lotta che le capovolte e le verticali sulla testa; credo invece che la questione riguardi la disponibilità degli adulti, che siano allenatori, genitori o insegnanti, ad essere un riferimento sicuro per chi è alla continua ricerca della fiducia necessaria per costruire una propria identità ed una propria autonomia. Di pensiero, come di gioco e di movimento.

E quindi forse la verità è che se sei deputato a svolgere una determinata mansione sportiva, ed hai i requisiti per farlo, e sei quindi un professionista, la possibilità d’incidere sulla crescita complessiva di un giovane atleta produce una risorsa preziosa ed illimitata. Sì, perché lo stesso giovane su cui incidi, grazie ad un simile processo, esclusivamente con il suo esempio e senza fare alcuna fatica, può rendere la strada (quella che vive tutti i giorni), per sempre, un ambiente migliore. Dopotutto per strada ci siamo noi, più e meno giovani, con i nostri comportamenti, le nostre voci e il nostro malcelato entusiasmo. E allora io direi che, quasi quasi, possiamo anche smetterla di fare appello alla strada, e agli usi e costumi di oggi e di ieri.

Per strada ci sono persone, le stesse che danno corpo allo sport come all’attività fisica (in barba a chi si ostina a marcare i confini tra i due settori), e se vogliamo migliorare il senso di quello che diciamo e soprattutto facciamo, è necessario che lo sport sia espressione di una consapevolezza di sé, della propria professionalità, e del proprio settore di applicazione, ben più consistente del classico ed insolubile dilemma di turno, capace di stornare la maggioranza da ciò che invece è rilevante.

Buon Natale a Tutti e un Felice 2018 ... che sia all'insegna della creatività, della sensibilità e della qualità sportiva!!