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“E poi che posso fare?”

È questa la domanda ricorrente che sopraggiunge quando propongo e racconto del Corso di Competenza Sportiva. Specificare la mia risposta penso sia pressoché irrilevante, che poi non è neanche sempre la stessa … . Quello che invece trovo più significativo è riportare i fatti nudi e crudi e provare a chiudere questo ragionamento nel migliore dei modi possibili.
Nel recente passato ho conosciuto una professionista, psicologa e specializzata in psicoterapia.
Nell’estate del 2015 l'ho incontrata per la prima volta ad un Convegno, per il quale il Comitato Regionale Abruzzo della FIDAL mi aveva invitato come relatrice. Nel marzo del 2016, l'ho ritrovata in aula tra gli iscritti alla terza edizione del Corso di Competenza Sportiva e l’anno scorso l'ho risentita telefonicamente, una volta metabolizzato il tutto.
È ormai prassi che a posteriori ci chiamano in tanti, ma lei è tra quelli che superano lo step critico. Tra il 2017 e il 2018, l'abbiamo accolta per fare esperienza nel nostro ufficio, e ha macinato 100 ore di attività (50 di base e 50 avanzate).
In questa fase, è al lavoro su un project work, che ovviamente non sta a me spoilerare!
Nei fatti, come chiunque alle prime armi, sta prendendo confidenza con un settore in cui le difficoltà prestano il fianco agli errori e la confusione induce alla perseveranza che serve per fare chiarezza.
Morale della favola: do un credito smisurato allo sport, per cui lavoro nel settore da quasi vent’anni; uno degli obiettivi con cui mi muovo è che le persone come la professionista di cui sto scrivendo maturino una fiducia crescente e consapevole nell’avvicinarlo.


Le esperienze di questo tipo dopotutto sono avvincenti, s'intrecciano con la complessità da cui non si può prescindere e mi confermano che la branca in cui lavoro è il settore più adatto per realizzare le mie idee.
In fondo, bisogna puntare ad interpretare lo sport per definire un sistema più efficiente, che faccia dell’innovazione il suo cavallo di battaglia, senza alcun bisogno di pressare nessuno perché manifesti un sentimento che, invece, ha un suo tempo di insorgenza. È il tempo del piacere, è facile da riconoscere, perché è il presupposto unico della passione necessaria per un ambito in cui domani trovare lavoro. Quell'ambito in cui dobbiamo impegnarci nel rendere professionalizzante un percorso di studi condiviso e riconosciuto, che ancora non esiste e per il quale c’è da lavorare. La psicologia dello sport.