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interdipendenza

Sono passati circa due anni da quando annunciavo (a cuor leggero) che avrei scritto un punto di vista al mese; allora, non credevo che intavolare le mie intuizioni, in maniera cadenzata, sarebbe stato così complesso, ma adesso ci siamo e, come si dice ... ogni promessa è debito!
Chiudo l’anno con poche righe, a cui però ho dedicato un tempo più lungo e più articolato del solito, forse in onore del duemiladiciotto e dei suoi dodici mesi, che mi hanno fornito spunti di ogni genere.
La premessa da cui parto è piuttosto spartana.
Sfidare lo sport, per me, costituisce da sempre un dovere oltre che una necessità, ed ho la netta sensazione che sarà ancora così negli anni a venire, o almeno fin quando sentirò il desiderio di affermare questo settore come una fonte di energia rinnovabile.
Le singole sfide con cui, ogni giorno, mi misuro sono diverse e molteplici.
Al momento, la più attraente?
Ribadire con puntualità un obiettivo che è cruciale ... quello di valorizzare i processi in corso d’opera delle realtà sportive, e parallelamente rimodularne la prospettiva (dopante) di guardare dritti dritti al risultato. Quando faccio menzione dei processi in corso d'opera, capisco che potrebbero risultare tutto o niente. Ma richiamano uno scenario ben preciso, ed io immagino, con chiarezza, l’infinita gamma di situazioni entro cui le prestazioni di molti s'intrecciano e, a volte, nella fretta, addirittura si accavallano, modificando, in maniera inevitabile, i rapporti di fiducia.
In una cornice complessa come questa, e in linea con la mia sfida del momento, l'impegno che metto a punto è forzatamente continuativo, diretto a spostare l’attenzione, dalle parole più comuni come vittoria, sconfitta, sponsor e contratti, verso alternative, quantomeno da sperimentare, come collaborazione, condivisione, empatia e qualità dei rapporti umani.

Sto riferendomi ad un livello di competenza fondante e difficile da raccontare. Me ne accorgo anche ora che mi sforzo di farlo. Una di quelle responsabilità a cui dedicare intere giornate di applicazione e di approfondimento. Sono le responsabilità che i Corsi non spiegano e i Manuali non descrivono, ma … nella realtà, sono quelle da integrare in qualsiasi programma di educazione e di allenamento (compreso un Mental Training).
Però, riportando un’impostazione di lavoro simile, c'è una spiegazione che sento di dover dare; è apparentemente scontata, ma può darsi che valga la pena ricordarla. La realtà è che si lotta e si vince tutti assieme, e lo si fa in un solo campo, quello per il quale adoperarsi a fondo. Il campo dell’interdipendenza.
Sottolineato questo, il mio punto di vista potrebbe concludersi così. Sarebbe anche un bel finale, tuttosommato ... forse ..., ma dopo aver ascoltato "Muhammad Ali" nei giorni scorsi, non posso non aggiugnere una postilla.
Tra le attività che svolgo, mi capita - neanche troppo di rado - di ammirare la fermezza di chi stabilisce, come priorità assolute, la credibilità e la continuità nella cura dei ragazzi. Sono casi interessanti, che comprendono l’attenzione per i settori giovanili al fianco degli obiettivi di risultato; casi in cui emozioni, come la gioia, sono candidate ad essere la stella polare per orientare le azioni di qualunque collaboratore sportivo. Ecco, per me, processare le informazioni in situazioni del genere, vuol dire sintonizzare la realtà a favore di una resilienza organizzativa, che riconosca le persone e le qualità umane, prima ancora che le specifiche caratteristiche legate ai ruoli e alle mansioni.
Ora … che si tratti di atleti, tecnici, preparatori, dirigenti, o di chi, a vario titolo, contribuisce all’armonia di un sistema sportivo, ci sono due punti fermi su cui programmare: la capacità di mettersi nei panni altrui - altrimenti detta empatia - e la sensibilità per farlo. Presupposti, queste, per un terzo ambìto fattore - essenziale, ma non impellente - che coincide con la consapevolezza delle variabili di un qualsiasi progetto sportivo.
E così, perché qui non caschi l'asino, non resta che provare a distinguere i singoli comportamenti - e la possibilità che siano giusti o sbagliati - dalle emozioni e dalle convinzioni personali, causa inequivocabile di stress. A volte, è devastante come la leggittimità di queste ultime entri a gamba tesa nei conflitti sociali ... ma la buona notizia è che sospendere il giudizio è un ottimo rimedio e che negoziare è un'arte da esprimere.
Alle soglie del duemiladiciannove, al di là di questo punto di vista, che diventerà uno dei tanti, la mia sfida allo sport si conferma nella ricerca continua di valide alternative. Il refrain che ho scelto, intanto, credo vada bene così com’è ...: l’obiettivo non è eliminare i problemi!
Al contrario, bisogna riconoscerli per quello che sono: una fonte di cambiamento ed una garanzia di apertura.
Riuscire ad utilizzare gli strumenti più adatti per surfare le situazioni nel migliore dei modi: questo sì, è un obiettivo! E farlo al massimo grado d'interdipendenza, reciprocità e condivisione è una goduria tremenda. È qui che bisogna arrivare ed è questa l’intenzione con cui partire; o perlomeno, questo è lo sport a cui io partecipo. Uno sport singolare, che richiede tempo, consapevolezza e competenze. Perché alla fine, mi piace credere che, come canta Mengoni, siamo tutti Muhammad Ali ...

Riferimento bibliografico: A. Grassi, M. Ivancich, A. Rinaldi, "Voci dal parquet. Counseling e mental training negli sport di squadra", Selekta 2002

La foto è stata presa dal seguente link: http://bit.ly/fonte_immagine