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rizzolatti festival pistoiaSarà che nel ’95, durante il mio primo anno di psicologia ad Urbino, frequentavo assiduamente il corso di antropologia culturale, scelto tra gli esami definiti allora complementari.
Sarà che io, quel professor Tiboni, lo ascoltavo volentieri, e pure parecchio; ammirando il trasporto con cui ci parlava della sua materia come fossimo un centinaio, quando di rado riempivamo disordinatamente sette, otto sedie al massimo.
Sarà che ricordo, con certezza, tanta curiosità. Un atteggiamento gentile ed un tono pacato di voce. I capelli bianchi, una forma tondeggiante e l’impegno nel dimostrarci che quel sapere di cui trattavamo si sarebbe integrato perfettamente qualsiasi strada avessimo intrapreso, personale o professionale.
Sta di fatto che, lo scorso venerdì, sono tornata al Festival di Antropologia culturale di Pistoia; io che sono piuttosto incline alle novità e non preferisco raddoppiare le esperienze. Ma questa volta desideravo sentire Rizzolatti di persona, ed aspettavo l'occasione da oltre quindici anni.
Tutto è partito tra il 2003 e il 2004, dopo aver letto La mente relazionale e Alla Ricerca di Spinoza; in quegli anni, ho cominciato ad assecondare il mio interesse per i neuroni a specchio. In seguito - dal Cervello sociale in poi - non ho più smesso d’insistere sull’esercizio consapevole dell’empatia. Soprattutto nel contesto sportivo.
Così, a quanto pare, è bastato ammirare in presa diretta il pensiero di Rizzolatti, seduta in Piazza del Duomo, per contenere la mia indole e finalizzare un weekend d'eccezione.
Quando nel 2000 ho iniziato a lavorare e a mettere a fuoco la cresibilità®, il carattere interdisciplinare della psicologia dello sport, che si stagliava nei manuali in circolazione, è stato per me amore a prima vista. Il dovere d’indagare gli aspetti essenziali del mio settore di studio e d’intervento, attraverso i campi d'indagine ad esso complementari, mi avrebbe spinto, prima o dopo, più o meno lontano; ed infatti, ad oggi, sembra essere la causa prima di una flessibilità di ragionamento che mi è oltremodo necessaria. Una modalità utile non solo nei diversi contesti di pensiero, ma anche nel perseguire un quadro di ricerca che possa integrare le mie idee, ispirate ad una concezione dello sport inteso come espressione dell’uomo, in quanto sistema sia individuale che collettivo.


Guardandomi indietro, mi accorgo di aver gestito due giornate intense, selezionando esempi conformi ad un modo di procedere del tutto convincente. Elena Gagliasso, Francesco Remotti, Telmo Pievani, Paolo Pellegrin, Vandana Shiva e Giacomo Rizzolatti sono alcuni dei nomi che non posso non menzionare.
L’eccitazione di averli ascoltati e di rielaborarne le parole è intensa, com’è profonda la gratitudine nei riguardi di Giulia Cogoli, ideatrice e direttrice del Festival, che ancora, in questa X edizione, è riuscita a creare un circuito credibile e proporzionato. Fatto di persone, di luoghi, di scambi continui e di una generosità diffusa, sostenuta da un’accoglienza accessibile e da un clima primaverile straordinariamente piovoso. Perché in fondo, nelle interazioni sociali - cito Rizzolatti -, il come è più importante del cosa, e all'interno dei Dialoghi, al di là dei contenuti, c'è una trama invisibile che spiega, proprio attraverso il come, la magica riuscita del festival.