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"Spunti sportivi"

triangolo pitagora

 "Scrivo per condividere alcune riflessioni e perplessità che, come mamma di tre giovanissimi sportivi (agonisti), ho maturato in questi anni. Scrivo perché credo fortemente nel valore educativo e sociale dello sport, antidoto potentissimo contro tante malattie che minacciano i nostri ragazzi. Affinché questo sia garantito credo debba avvenire un passaggio culturale importante: dall'allenatore imperatore all'allenatore co-educatore. Oggi infatti quella dell'allenatore sportivo è forse l'unica autorità che, in Italia, non è ancora ‘ridimensionata’".
"
 Assistendo a qualche partita dei miei figli, osservo sempre con sincera sofferenza quei 2-3 bambini/e o ragazzi/e che guardano i compagni giocare, magari sostenendoli con il loro tifo, ma sempre (più o meno evidentemente) imbarazzati e mortificati per la propria posizione. La mia domanda è: che valore ha questa esperienza? Io parlo di un'età cruciale, quella tra i 10 e 15 anni, in cui iniziano a comporsi i pezzi della propria identità personale e sociale: essere ‘messo da parte’ per due ore e 20-30 partite all'anno, è un'esperienza formativa ed edificante? Le federazioni sportive si pongono questo interrogativo? Le lacrime versate in campo fanno crescere. Quelle trattenute in panchina mortificano e basta".
"Poi c’è la conciliazione tra impegni sportivi e vita familiare, ovvero la prassi delle ‘convocazioni’: un termine che noi, genitori di sportivi, ormai temiamo come gli avvisi giudiziari. La convocazione avviene, di regola, un giorno prima, al massimo due. ‘È la norma’, dicono gli allenatori-imperatori, mentre i genitori-spettatori attendono la convocazione come una condanna, che manderà a monte programmi, progetti, speranze. Si costringe a scegliere, insomma, tra lo sport e tutto il resto: una scelta imposta a ragazze e ragazzi di 10 anni, che tante esperienze potrebbero e dovrebbero ancora vivere, nella fase di massima espansione e sensibilità della loro mente".
"È una richiesta che ritengo irresponsabile e perfino ottusa e pericolosa, perché solo una minima percentuale di quei ragazzi potrà avere un futuro nello sport: i più abbandoneranno, o meglio saranno abbandonati quando sarà evidente che non hanno talento a sufficienza. Allora dovranno riprendere in mano la propria vita, in cerca di un'altra passione, che più saranno grandi più sarà difficile trovare. Gli allenatori e le federazioni sportive dovrebbero rifletterci"
.

fonte: http://bit.ly/Invece-Concita


Signora Chiara,

ho letto con entusiasmo le sue parole (pubblicate nella rubrica Invece Concita) e ho dato un'occhiata ai commenti. Non riuscendo a stare nei 900 caratteri previsti dal blog, mi permetto di partecipare alla discussione tramite questa pagina, sperando fortemente lei possa arrivare fin qui.
I
nnanzitutto la ringrazio per aver dato forma alle sue riflessioni, ha offerto la possibilità di leggere la sua percezione di un sistema, quello sportivo, capace di procedere a volte come se niente fosse e come se le opinioni di chi ne fa parte, come lei, fossero da circoscrivere a priori, quasi ad insistere sulla dicotomia artificiosa (in cui crediamo con ostinazione) tra “sportivi” e “non sportivi”.

Personalmente ritengo che il valore educativo e sociale a cui accenna sia da rintracciare nella capacità di prendersi cura del desiderio dei giovani di crescere in un ambiente che li renda partecipi. Quello di cui le sto parlando è un supporto fondamentale, che può sussistere solo in presenza di una sinergia sportiva per la quale gli adulti hanno l'obbligo di cimentarsi, magari esprimendo una critica, ma anche e soprattutto tramite un pensiero creativo. E questo perché i problemi, che negli ultimi dieci anni si stanno delineando in maniera ormai eclatante, non si possono certo risolvere con le stesse modalità da cui hanno preso forma.
Da un lato, credo che lo sport abbia la necessità di misurarsi al meglio con una complessità crescente e riconsiderare il comportamento di quanti si difendono incessantemente anche a rischio di scatenare un effetto importante nel limitare la generazione dei futuri atleti.
Dall’altro, rifacendomi ai virgolettati dell’articolo, dico che in realtà non sono le lacrime versate o trattenute, che fanno crescere o mortificano un ragazzo ed è bene ricordarci che da fuori non avremo mai la certezza di ciò che esprimono. Quello che conta per un giovane agonista è imparare a gestire le emozioni sia in campo che in panchina, decidere come comportarsi e risolvere i problemi in maniera autonoma combinando gli elementi stabiliti con l'esperienza.
Per i giovani è essenziale poter fare qualcosa di cui essere soddisfatti malgrado le sconfitte, sentire l'adrenalina legata alla sfida, scoprire la reciprocità tra compagni e destreggiarsi nel rapporto con gli adulti. Il risultato sarà la conseguenza piacevole di un processo ben definito, che da un momento all'altro verrà replicato altrove.
Se però il principio n. 1 è giocare titolare o addirittura preferire lo sport al resto nella propria vita in vista di un domani che a nessuno è dato sapere, allora forse siamo nella direzione sbagliata. Penso che il passaggio culturale stia nel capire, credere e condividere che il 100% dei ragazzi avrà un futuro nello sport senza alcun dubbio, ma a quel punto bisognerà accettare l’idea che le aspirazioni professionali e l’ansia per il futuro non hanno nulla a che vedere con lo sport giovanile.
In una percentuale simile rientrerebbero anche i suoi tre figli ... incrociamo le dita! ;)

Margherita

 

La foto è stata presa dal seguente link: https://demosphere.com/travel-club-soccer/