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"Spunti sportivi"

progettazioneOk, ci siamo. È il periodo in cui mensilmente pubblico un punto di vista e ammetto che nei primi giorni di questa fase così insolita, nell'ideare una programmazione di massima, ho fatto due conti in velocità e ho rinviato la stesura del pezzo a data da destinarsi. Al primo impatto, non intendevo scrivere qualcosa che risentisse delle contingenze e non ritenevo valido evadere, parlando di argomenti estranei al presente, che tra l'altro nella rubrica è la costante a cui m'ispiro.
Poi, però, questa mattina mi sono svegliata e ho pensato che no. Non l’avrei fatto, non avrei rimandato l’appuntamento, né con me stessa né con chi magari si aspetta che un punto di vista venga a galla anche adesso. Per cui, eccomi qui, alle prese con la tastiera e la volontà di confezionare un pensiero che rispecchi questo momento, in cui anche lo sport sta scrivendo la sua parte, a cavallo tra umorismo, approssimazione e leggerezza.
Le prime idee che ho avuto e su cui avrei lavorato sono queste tre.
Prima. Raccontare come sto customizzando le mie giornate al netto degli appuntamenti lavorativi che, a questo punto della stagione, raggiungerebbero il picco massimo della quantità e dell’impegno … . Troppo personale, potrebbe fregare meno di niente a nessuno. Scartata.
Seconda. Esprimere la mia opinione sulla funzionalità di uno stop forzato e sull’attitudine ad esplicitare soluzioni preconfezionate là dove non è detto si riesca a definire il problema … . Troppo complesso, distante dall’emergenza che stiamo affrontando. Scartata.
Terza. Spoilerare l'avanzamento del lavoro su Stop&Go 2.0 e accennare a come se la sta passando Vittoria alle prese con le sue recenti sconfitte e le sue sfide ibride, per metà sportive e per metà imprevedibili. Troppo rischioso, ai fini di una buona riuscita è importante custodire i punti salienti della trama. Scartata.
E allora?
E allora, boh! Mi sarebbe piaciuto fare un sondaggio per decidere assieme, ma la verità è che ora siamo tutti troppo coinvolti nel fronteggiare qualcosa di più grande di noi stessi, e nessuno starebbe dietro ad una questione superflua come questa. Quindi, alla fine, provo una scelta indipendente, a cui sono anche abituata, ma non per questo è detto sia quella preferibile.


Apro e concludo con poche righe su come potremmo pensare nella situazione stringente in cui siamo, per apprendere da un time-out, che si sta rivelando un time-in, una nuova capacità di giudizio, quel “buon senso” di cui abbiamo così tanto bisogno. E ci tengo a sottolineare che, stando alla portata dell'attuale fenomeno, mi sono appena riconosciuta il diritto di estrarre uno spunto da un manuale, tramite un fedele copia-incolla.
Le parole che riporto sono cariche di contenuto, provengono dal testo originale (How We Think) di John Dewey del 1933 e potrebbero richiedere un approccio alla lettura più accorto del solito, ma fidatevi, varrà la pena valutarle, anche solo per la curiosità d’intenderne la portata e l’appropriatezza.
Sono queste che seguono:


Chi non è capace di valutare con discernimento gli elementi rilevanti per l’interpretazione di una data perplessità o di un risultato incerto, non ricava molto vantaggio dall’arduo edificio dottrinale che ha eretto sulla base di una grande quantità di concetti. Giacché istruzione non è sinonimo di sapere; l’informazione non garantisce il retto giudizio. La memoria può fornire un frigorifero in cui accumulare un capitale di significati per l’uso futuro, ma è soltanto il giudizio a selezionare e adottare ciò che deve essere usato nei momenti di emergenza e senza un’emergenza (una crisi, piccola o grande) non vi è posto per il giudizio. […] Il solo modo di acquisire attenzione, profondità e continuità sta nell’esercitare questi tratti fin dall’inizio e nel badare a che il loro esercizio sia richiesto dalle condizioni della situazione. (J. Dewey, Come pensiamo, 2019).