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ConvegnoAIAS CPSPescara

Contribuire ad un convegno è sempre una bella esperienza.
Quando poi si tratta di una cornice nuova, come quella in cui mi trovavo la scorsa settimana, grazie al Comitato Abruzzo dell’Associazione Italiana Avvocati dello Sport (AIAS), ogni particolare diventa allo stesso tempo fonte di fatica e di entusiasmo.
Non è certo mia intenzione scrivere quello che ho raccontato e che ho sentito; sarebbe troppo il materiale da considerare ed altissimo il rischio di non rendere onore all’esperienza. Quindi mi limito a riportare il piacere che ho provato nel parlare di “cattiveria agonistica”, di comportamento leale e del dubbio rapporto tra competizione e cattiveria.
Quattro righe dedicate a chi ha approcciato con curiosità questo articolo: sono partita dallo stato d’animo di confusione che riferiscono i giovani di fronte alla prospettiva di lottare e ho descritto il pericoloso cortocircuito tra la difficoltà di concentrazione e la mancanza di fiducia (in sé e nel futuro prossimo, più che negli altri). Nel fare leva su un ricordo della mia infanzia, ho preso in prestito le parole di Ferruccio Antonelli ed ho escluso che l’agonismo sia frutto dello sport e che debba assumere chissà quali connotazioni per garantire il conseguimento del successo. Poi, ragionando internamente al settore sportivo, ho insistito sulla presunta inconciliabilità dei sistemi motivazionali interpersonali (SMI), che invece essendo tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, possono favorire l’esercizio di un comportamento leale quando vengono espresse in maniera funzionale. E qui mi fermo; come ho preannunciato il 22 giugno è trascorso e non è lì che voglio tornare. Mi piace, invece, aggiungere un paio di punti, forse anche frutto delle esperienze degli ultimi giorni.

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Strumenti cresibili per il mental training.

1. Usa quello che ti sembra più efficace per te.

2. Inizia con una o due strategie semplici, senza sovraccaricarti.

3. Parti dalle situazioni meno stressanti per testare il tuo approccio e procedi ad allenarlo finché funziona.

4. Crea un promemoria (come il profilo di prestazione) che ti aiuti a raggiungere la condizione che desideri.

5. Allenati usando il tuo promemoria come riferimento per entrare nella tua migliore concentrazione.

6. Prima dell’inizio di un torneo, pensa a come vorresti sentirti nella prossima partita e a come vorresti concentrarti; ricordati le prospettive e l’attenzione che vuoi mantenere.

7. Prova a lasciare che le emozioni e i sentimenti/umori positivi emergano naturalmente assieme ad un’attenzione pienamente focalizzata.

otto punti fermiOtto punti fermi per decidere di abbandonarsi allo sport

Come riconoscere la cresibilità® sportiva in ambito giovanile

1. Apprendimento e risultati - La fiducia nell’atleta è uno strumento di lavoro che stimola la conoscenza. Valorizzare la plasticità del giovane vuol dire oltrepassare l’efficacia delle strategie di allenamento rivolte al risultato ed avere cura dei processi di apprendimento in atto e della definizione degli obiettivi di prestazione prefissi.

2. Autonomia e controllo - Lo stile di attribuzione (interno ed esterno) deve favorire un approccio allo sport creativo e responsabile, nel cui ambito mantenere come criterio di valutazione la conquista dell’autonomia, quindi l’esercizio delle life skills e la soddisfazione del desiderio abbinato all’ambizione di migliorare.

3. Alternanza e resilienza - L’alternanza dei risultati sportivi deve essere ammessa e valorizzata; è necessario imparare a gestire la positività come la negatività. Questo tipo di esperienza, che non va né programmata, né controllata, rappresenta infatti la migliore fonte di resilienza.

4. Il diritto allo sport - La scelta dello sport da praticare va fatta valutando attitudini, aspirazioni e curiosità. Bisogna ascoltare le preferenze del giovane e vagliarne le ragioni, limitando le scelte dettate da un utilizzo terapeutico dello sport, che espone spesso alla deriva dei “devo”, “dovrei” o “si deve”.

DivietoAccessoCPSPescara

Finalmente arriva il fatidico giorno ed entro in un palazzo blasonato della città dove vivo. Sono eccitata all'idea di scoprire un posto che m'incuriosisce ormai da anni; prima o poi sarebbe arrivata l'occasione giusta. Lo sapevo e così è stato. Incredibile come il tempo sia davvero galantuomo!

Ѐ un palazzo affascinante e mi appare subito una struttura molto bella, in linea con le aspettative che mi porto dietro; decoro e funzionalità abbondano. C'è un particolare però, piccolo, ma che mi lascia sbigottita. Un divieto di accesso all’imbocco della scalinata che porta ai piani superiori.

Ho appuntamento al quarto piano, e voglio arrivarci a piedi, ma per esclusione un cartello mi obbliga all'utilizzo dell'ascensore. Mi domando quale possa essere il motivo o il problema senza limitarmi ad una soluzione unica.

Il fatto diventa un dilemma senza risposta. Un'intera giornata di corso. Il brivido di violare un divieto. E il gusto di condividere un dubbio con persone sconosciute. Tutto questo misto alla perplessità di accorgermi, nel frattempo, che pronunciare la parola “movimento” per abbinarla al concetto di energia, tra ragionamenti a tema “alimentare”, suscita ancora delle spiccate resistenze che, di questo passo, diventeranno ancestrali.

Eppure, come psicologi dello sport, quando ci adoperiamo nell’applicare un protocollo di allenamento mentale (che non è altro che il mental training) ricorriamo con disinvoltura al concetto di attivazione o di arousal proprio per allenare la capacità di regolare il livello di energia degli atleti, giovani compresi.

Adesso, stando ai fatti della giornata, mi chiedo se è davvero così efficace proseguire nel focalizzarsi sugli atleti. Ed ancora una domanda resta in sospeso, ma questa volta un'ipotesi ce l'ho.