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"Spunti sportivi"

IMG 7265Durante l'anno, tra luglio ed agosto la quotidianità cambia; o almeno, questo è quello che accade in una città come Pescara, dove al di là delle ore lavorative si creano migliaia di opportunità, risvegliate dall’odore del mare e fino ad allora sopite dal clima invernale.
Si compiono, così, attività e rituali insoliti; leggere il giornale di prima mattina, bevendo il caffè con i piedi nella sabbia, oppure giocare sul bagnasciuga, a qualsiasi età e a qualsiasi cosa, entro una gamma di opzioni che non esclude pressoché nulla. D'improvviso, dal frisbee al burraco, sembra snodarsi una popolazione multiforme e scalpitante.
Ma non è questo il punto; è appena la premessa.
Il punto è che ci si scopre sportivi senza quasi volerlo; ritagliando un proprio ruolo (più o meno evidente), dentro uno scenario, che cambia con una frequenza contraria alla lentezza dei ritmi in voga.
È tutto molto divertente, tranne per chi del divertimento non sa cosa farsene. In alcuni casi, lo svago presta il fianco a degli sprazzi di agonismo che poi diventano attimi leggendari, spesso coincidenti con la fase del tramonto, quando il calo delle temperature resuscita gli amanti dell'ombra.
È un tam-tam senza sosta. L’entusiasmo dei bambini si mescola alla bellezza dei giovani e alla tenacia degli adulti; mentre la pacatezza degli anziani tiene banco e campeggia sorniona. Si arrangia una combinazione dai confini a momenti impercettibili, in cui le distanze si riducono ed il movimento dei corpi trova spazio senza neanche dover sgomitare. Dentro, ci finiscono sentimenti consolidati ed emozioni nuove e condivise, condite dalla fragranza degli abbronzanti e dalla sapidità della salsedine, che fatalmente rendono il tutto indimenticabile, mentre si recupera una spontaneità - di nicchia - che di solito finisce per convergere in un sorriso o in un applauso corale.

assist

Nel contesto sportivo sono previsti dei settori giovanili, e fin qua direi che ci siamo. Tuttosommato, ormai se ne conosce anche l'evoluzione; che si parli prima di gioco, poi di avviamento, e pian piano di pre-agonismo ed agonismo è un fatto acclarato. Questo però in teoria. Perché poi nella pratica succede che vostro figlio, nel momento in cui si affaccia allo sport, non solo si diverte a praticarlo, ma d'un tratto, non sempre, s'imbarca nel fare l'agonista. Ed è allora che un "piccolo" problema salta all'occhio: il sostegno che gli si dà non basta e bisogna moltiplicarlo. Di solito funziona così: a seconda delle circostanze, quando inizia a competere diventa necessario accompagnarlo ad allenarsi, a gareggiare (anche in trasferta) e adattare la famiglia alla stagione agonistica. Saranno indispensabili un budget adeguato ai programmi e una spiccata lungimiranza sulle eventuali spese, almeno di medio termine. E poi bisognerà comprendere le sue esigenze, malgrado sembrino tutt’altro.
Di conseguenza, pazientare. Pazientare a lungo.
Imparare a guardare ed apprezzare uno sport, anche se non è amore a prima vista.
E vedere vostro figlio stanco, a volte esausto, protagonista di uno sviluppo che lo immerge tra relazioni così fitte da reclutarlo senza sosta. Un groviglio d’impegni scolastici, familiari, amici, app e primi amori.
Piangerà, eccome se piangerà. E magari non saprete il motivo, né voi né lui. Potrebbe essere semplice stanchezza oppure una sconfitta, una rinuncia, un senso d’inadeguatezza o un picco di frustrazione. Chi lo sa?
Crederete che il suo pensare sempre e solo allo sport sia un errore. Silenzierà i primi amori, metterà l’università al secondo posto e i suoi compagni di squadra saranno la sua famiglia.
Sarete in difficoltà nel gestire i conflitti tra voi e lui e magari litigherete, perché le sue priorità non saranno le vostre ed essere empatici diventerà una sfida.
Ma da un momento all'altro, questa sua esperienza avrà altre conseguenze, e non saranno le vittorie, tantomeno quelle immediate, fonti di guai più che soddisfazioni.
Quali saranno?

rizzolatti festival pistoiaSarà che nel ’95, durante il mio primo anno di psicologia ad Urbino, frequentavo assiduamente il corso di antropologia culturale, scelto tra gli esami definiti allora complementari.
Sarà che io, quel professor Tiboni, lo ascoltavo volentieri, e pure parecchio; ammirando il trasporto con cui ci parlava della sua materia come fossimo un centinaio, quando di rado riempivamo disordinatamente sette, otto sedie al massimo.
Sarà che ricordo, con certezza, tanta curiosità. Un atteggiamento gentile ed un tono pacato di voce. I capelli bianchi, una forma tondeggiante e l’impegno nel dimostrarci che quel sapere di cui trattavamo si sarebbe integrato perfettamente qualsiasi strada avessimo intrapreso, personale o professionale.
Sta di fatto che, lo scorso venerdì, sono tornata al Festival di Antropologia culturale di Pistoia; io che sono piuttosto incline alle novità e non preferisco raddoppiare le esperienze. Ma questa volta desideravo sentire Rizzolatti di persona, ed aspettavo l'occasione da oltre quindici anni.
Tutto è partito tra il 2003 e il 2004, dopo aver letto La mente relazionale e Alla Ricerca di Spinoza; in quegli anni, ho cominciato ad assecondare il mio interesse per i neuroni a specchio. In seguito - dal Cervello sociale in poi - non ho più smesso d’insistere sull’esercizio consapevole dell’empatia. Soprattutto nel contesto sportivo.
Così, a quanto pare, è bastato ammirare in presa diretta il pensiero di Rizzolatti, seduta in Piazza del Duomo, per contenere la mia indole e finalizzare un weekend d'eccezione.
Quando nel 2000 ho iniziato a lavorare e a mettere a fuoco la cresibilità®, il carattere interdisciplinare della psicologia dello sport, che si stagliava nei manuali in circolazione, è stato per me amore a prima vista. Il dovere d’indagare gli aspetti essenziali del mio settore di studio e d’intervento, attraverso i campi d'indagine ad esso complementari, mi avrebbe spinto, prima o dopo, più o meno lontano; ed infatti, ad oggi, sembra essere la causa prima di una flessibilità di ragionamento che mi è oltremodo necessaria. Una modalità utile non solo nei diversi contesti di pensiero, ma anche nel perseguire un quadro di ricerca che possa integrare le mie idee, ispirate ad una concezione dello sport inteso come espressione dell’uomo, in quanto sistema sia individuale che collettivo.

didattica pedagogia

L'ambito della didattica mi piace da sempre. Sarà che provengo da studi psicopedagogici, ma pedagogia ed andragogia sono tra i miei settori di applicazione preferiti. I processi di apprendimento mi stimolano costantemente a indagare e a creare soluzioni originali. E così, nella pratica, grazie a questa attitudine, faccio lezione in diversi contesti e, ogni volta, valuto con scrupolo le situazioni che si creano, per cogliere delle novità. Il motivo per cui sono qui a raccontare nasce proprio da una valutazione recente, una delle tante.
Nei giorni scorsi ho conosciuto una ventina di persone, compresa una sportiva doc, che parlava di movimento, alludeva alla biomeccanica (con disinvoltura), faceva domande ed era interessata al timing. Ma non solo, si destreggiava nel goal setting come fosse un’abitudine.
Argomento dopo argomento, questa persona mi ha fornito elementi continui, permettendomi di dedurre quanto fosse consapevole di porsi degli obiettivi, malgrado una mancanza rischiosa di alternative.
Entrata in aula, come di consueto, sapevo del compito che avrei svolto nei suoi riguardi (e in quelli della classe). Volevo trasmettere l’interdisciplinarità del lavoro che faccio, dimostrare (dati alla mano) gli scopi da attribuire allo sport e valorizzare il benessere psicofisico, tramite l’attività motoria. Ma il compito di quella sportiva doc nei miei riguardi? Quale sarebbe stato? Come al solito si trattava di un'incognita, ed è venuto a galla per gradi, mentre le idee che suggeriva si stagliavano dalla sua storia sportiva.
Provo a sintetizzare il tutto.
Una “carriera” iniziata nei primi mesi di vita; scandita, anno per anno, da obiettivi necessari e, a volta, perentori, ma soprattutto impreziosita da legami umani memorabili.
Ho osservato i comportamenti, le parole e le emozioni che quella persona ha condiviso generosamente in mezzo agli altri, a tratti spettatori di una performance individuale.
In una manciata di ore ho estratto elementi inusuali con cui definire scenari da rilanciare al più presto, e mi sono divertita a scovare un'autentica sportività su cui ho incentrato la lezione.
È inutile ..., può anche essere lontano dalle rubriche dei giornali, dai campi di gara o dai titoli iridati, ma lo sportivo vero si riconosce! È chi ogni giorno trova una soluzione ai suoi problemi, e pur avendo un numero limitato di opportunità, ne gode fino all’ultimo minuto; chi mette a nudo i propri limiti ed ha fiducia negli altri, senza pretendere chissà quali prove a favore.