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CPSPescara tiroallafune

Nel 2013, quando mi è balenata l’idea di progettare un Corso di Competenza Sportiva, consideravo prioritario partire dall’abc, e cercavo il modo migliore perché le persone potessero scoprire che la formazione sport-specifica è la conseguenza di una competenza sportiva generale e propedeutica, la stessa che il Corso avrebbe preso come punto di riferimento.

Facevo questi ragionamenti perché ero attratta (e lo sono tuttora) dalla prospettiva di accrescere la qualità dell’ambiente sportivo, e oltretutto perché volevo (e lo voglio tuttora) connettere chi crede e dice di essere uno sportivo con chi crede e dice di non esserlo.

Ad oggi mi rendo conto che lo sport interpretato dai Millennials urge di una creatività che troppo spesso viene dimenticata, e solamente coloro che sentiranno il coraggio di avvicinarsi ai confini sportivi sapranno allenarla, perché potranno fare leva sulle differenze e le somiglianze che le persone dimostrano, stando di qua o di là.


Alle porte della quinta edizione del Corso sento di aver tracciato una strada percorribile, sia che si parli di formazione che di applicazione.
 Volendo investire sul futuro dello sport e consolidare la qualità che esprime, penso infatti che sia essenziale rivitalizzare la maggioranza e prendersi cura delle singole persone, quindi delle “convinzioni sportive” che nutrono, e delle “emozioni sportive” che vivono, hanno vissuto o vorrebbero vivere.

Allo sport, serve una base solida, che poggi su una competenza ed una sensibilità che garantiscano ogni forma di specializzazione possibile; e perché si possa raggiungere un simile traguardo, bisogna creare collegamenti dentro e fuori le persone, stimolando l’attenzione necessaria per dirigere la consapevolezza di ciascuno.


Il gioco, l’abilità di fare squadra e l’empatia sono solo alcuni degli argomenti su cui si inserisce il Corso di Competenza Sportiva, un’attività durante la quale la gestione delle emozioni e dei pensieri, così come l’esercizio dell’abilità attentiva, sono il miglior viatico per un processo d’integrazione da intraprendere, in vista di un paradigma, quello della cresibilità®, ancora da scoprire. Detto questo, mi raccomando: vi aspetto l'8 marzo! ;)

CPSPescara infinito

Di solito, quando rientro da un viaggio, elenco "le tre cose più belle e le tre cose più brutte” di quello che è stato. E questa volta, una delle sei (o meglio delle belle) è Fiona, che lo scorso settembre, a diciannove mesi, ha imparato a camminare.

"È stata lenta", mi ha detto la sua mamma, una giovane signora, sorridente come la figlia e comprensiva come il compagno.

Osservandola, si nota che Fiona è ancora titubante nel procedere, ma solo a tratti e nella sua naturale insicurezza è fortemente simpatica.

Negli ultimi due giorni (proprio durante il mio soggiorno a Valencia), come non bastasse, a metterla in difficoltà ci si è messa anche la sua ombra, che come all'improvviso è apparsa in mezzo ai piedi, ingombrante e appiccicosa.

A causa di quella sagoma così insistente, Fiona ha versato qualche lacrima, è sembrata impaurita, e si è mostrata restia a camminare. Per fortuna, però, la fiducia nei genitori e il desiderio di spingersi oltre l'hanno fatta ridere dei suoi timori e giocare con la sua figura sul pavimento.

Ieri mattina, prima di salutarci, Fiona girovagava nel salone della colazione, e appariva addirittura più sicura e disinvolta del primo giorno; superato l’inconveniente, sembrava più spedita. Oggi, ricordandola, mi viene da dire che bisognerebbe essere tutti un po' come Fiona: vivaci, sorridenti e soprattutto, capaci di riconoscere ed accettare la propria ombra, mettendosi nella prospettiva di un infinito in cui credere. Il duemiladiciotto è evidentemente pronto, e ce ne darà la possibilità.

CPSPescara stradaAustria

Qualche giorno fa mi sono soffermata a ripensare una questione che, malgrado il passare degli anni, è ancora in voga, scoprendosi tanto spinosa quanto fuorviante, e se vogliamo anche un po’ banale. Mi sono accorta che quando si tratta della funzione dello sport nel settore giovanile, da un lato c’è chi sottolinea quanto sia importante creare dei contesti perché i ragazzi crescano lontani dalla strada, e dall’altro chi ritiene che ad alterare l’evoluzione motoria e sportiva, dei bambini e degli adolescenti, sia proprio l’impossibilità di vivere per strada, e naturalmente nei parchi o nei cortili.

La domanda sorge spontanea: esiste un posto dove i giovani crescono meglio che altrove? O meglio, è davvero la strada il problema da cui dobbiamo partire, quando parliamo di giovani e di sport?

Sono ormai numerosi i seminari durante cui ho sentito sollevare la questione del gioco in strada e della sua utilità. Ma sono altrettanto numerosi quelli in cui ho sentito dire che grazie allo sport intere generazioni si sono salvate tenendosi lontane da potenziali minacce. E quindi?

Sono semplicemente due prospettive diverse (e forse complementari) o giriamo attorno ad un problema che non mettiamo a fuoco?

In effetti, agli inizi del 2000 enunciavamo più o meno le stesse idee che sento ancora oggi, e forse è arrivato il momento di superare le frasi fatte ed andare più a fondo rispetto alle lacune che il mondo sportivo fatica a colmare, negandosi  la prospettiva di spostare i limiti che si è dato.

entusiasmo passione CPSPescaraGli sportivi, quelli giovani, sono felici se si allenano bene e sanno concludere una serie. Se riescono a tollerare la fatica e se affrontano il sacrificio senza mitizzarlo.

Se si sperimentano nelle attività che accolgono e fanno affidamento su chi li allena.

Se possono competere, misurarsi, uscire perdenti oppure vincenti da un confronto, e in ogni caso sentire il sostegno di un allenatore fiducioso.

Gli sportivi, quelli giovani, sono felici se hanno i tempi e gli spazi per migliorare, senza che questo diventi un obbligo.

Se nel loro ambiente sportivo, ci sono persone, prima ancora che allenatori, dirigenti, maestri o preparatori.

Se sono capaci di giocare, se vengono accolti, se quando dicono la loro opinione sanno di essere ascoltati.

Se possono conquistare la libertà di muoversi, vedendo riconosciuta quella competenza che da sola non può nulla.

Se noi adulti ci frughiamo il cervello per scovare un comportamento adatto affinché un allenamento fili liscio, incuranti del potere seduttivo delle punizioni.

Gli sportivi, quelli giovani, sono felici se possono sognare ad occhi aperti un traguardo che non sappiamo immaginare. Noi adulti, facili prede della razionalità più becera.