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CPSPescara infinito

Di solito, quando rientro da un viaggio, elenco "le tre cose più belle e le tre cose più brutte” di quello che è stato. E questa volta, una delle sei (o meglio delle belle) è Fiona, che lo scorso settembre, a diciannove mesi, ha imparato a camminare.

"È stata lenta", mi ha detto la sua mamma, una giovane signora, sorridente come la figlia e comprensiva come il compagno.

Osservandola, si nota che Fiona è ancora titubante nel procedere, ma solo a tratti e nella sua naturale insicurezza è fortemente simpatica.

Negli ultimi due giorni (proprio durante il mio soggiorno a Valencia), come non bastasse, a metterla in difficoltà ci si è messa anche la sua ombra, che come all'improvviso è apparsa in mezzo ai piedi, ingombrante e appiccicosa.

A causa di quella sagoma così insistente, Fiona ha versato qualche lacrima, è sembrata impaurita, e si è mostrata restia a camminare. Per fortuna, però, la fiducia nei genitori e il desiderio di spingersi oltre l'hanno fatta ridere dei suoi timori e giocare con la sua figura sul pavimento.

Ieri mattina, prima di salutarci, Fiona girovagava nel salone della colazione, e appariva addirittura più sicura e disinvolta del primo giorno; superato l’inconveniente, sembrava più spedita. Oggi, ricordandola, mi viene da dire che bisognerebbe essere tutti un po' come Fiona: vivaci, sorridenti e soprattutto, capaci di riconoscere ed accettare la propria ombra, mettendosi nella prospettiva di un infinito in cui credere. Il duemiladiciotto è evidentemente pronto, e ce ne darà la possibilità.

CPSPescara stradaAustria

Qualche giorno fa mi sono soffermata a ripensare una questione che, malgrado il passare degli anni, è ancora in voga, scoprendosi tanto spinosa quanto fuorviante, e se vogliamo anche un po’ banale. Mi sono accorta che quando si tratta della funzione dello sport nel settore giovanile, da un lato c’è chi sottolinea quanto sia importante creare dei contesti perché i ragazzi crescano lontani dalla strada, e dall’altro chi ritiene che ad alterare l’evoluzione motoria e sportiva, dei bambini e degli adolescenti, sia proprio l’impossibilità di vivere per strada, e naturalmente nei parchi o nei cortili.

La domanda sorge spontanea: esiste un posto dove i giovani crescono meglio che altrove? O meglio, è davvero la strada il problema da cui dobbiamo partire, quando parliamo di giovani e di sport?

Sono ormai numerosi i seminari durante cui ho sentito sollevare la questione del gioco in strada e della sua utilità. Ma sono altrettanto numerosi quelli in cui ho sentito dire che grazie allo sport intere generazioni si sono salvate tenendosi lontane da potenziali minacce. E quindi?

Sono semplicemente due prospettive diverse (e forse complementari) o giriamo attorno ad un problema che non mettiamo a fuoco?

In effetti, agli inizi del 2000 enunciavamo più o meno le stesse idee che sento ancora oggi, e forse è arrivato il momento di superare le frasi fatte ed andare più a fondo rispetto alle lacune che il mondo sportivo fatica a colmare, negandosi  la prospettiva di spostare i limiti che si è dato.

entusiasmo passione CPSPescaraGli sportivi, quelli giovani, sono felici se si allenano bene e sanno concludere una serie. Se riescono a tollerare la fatica e se affrontano il sacrificio senza mitizzarlo.

Se si sperimentano nelle attività che accolgono e fanno affidamento su chi li allena.

Se possono competere, misurarsi, uscire perdenti oppure vincenti da un confronto, e in ogni caso sentire il sostegno di un allenatore fiducioso.

Gli sportivi, quelli giovani, sono felici se hanno i tempi e gli spazi per migliorare, senza che questo diventi un obbligo.

Se nel loro ambiente sportivo, ci sono persone, prima ancora che allenatori, dirigenti, maestri o preparatori.

Se sono capaci di giocare, se vengono accolti, se quando dicono la loro opinione sanno di essere ascoltati.

Se possono conquistare la libertà di muoversi, vedendo riconosciuta quella competenza che da sola non può nulla.

Se noi adulti ci frughiamo il cervello per scovare un comportamento adatto affinché un allenamento fili liscio, incuranti del potere seduttivo delle punizioni.

Gli sportivi, quelli giovani, sono felici se possono sognare ad occhi aperti un traguardo che non sappiamo immaginare. Noi adulti, facili prede della razionalità più becera.

CPSPescara invisibiliingranaggiQuando trattiamo di prestazioni immaginiamo spesso comportamenti tangibili i cui protagonisti sono dei corpi in movimento. Se invece parliamo di apprendimento motorio la nostra immaginazione vacilla, perché quello che ci sforziamo di rappresentare è un processo invisibile.
I tecnici sono oggi consapevoli che la qualità della prestazione è l’effetto di un’integrazione continua di molteplici aspetti, compresi i processi mentali e relazionali. Una persona fisicamente e tecnicamente “talentuosa” può essere carente sotto il profilo mentale. E questa non è certo una novità!
 Volendo fare una veloce carrellata dei costrutti più chiacchierati, anche solo a titolo esemplificativo, possiamo considerare che se si tratta di capacità fisiche di base, spesso si finisce per parlare di forza, resistenza, velocità oppure di scioltezza. Mentre se si valutano gli aspetti tecnici, il discorso scivola, a volte, sull’equilibrio, sulla fluidità dei movimenti, sull’orientamento o sui tempi di reazione. Infine, se ci si addentra nei processi mentali, la motivazione, la concentrazione, la resilienza o la regolazione delle emozioni schizzano subito ai primi posti.
Ma come fare per condurre l’atleta o la squadra verso l’espressione simultanea di tanti aspetti?
Premesso che l’atleta si esprime al meglio in un ambiente nel quale viene informato, coinvolto e considerato, sintetizziamo qualche passaggio utile da tenere d’occhio e vediamo come affinare la qualità di un allenamento-tipo.