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Il 2017 è arrivato ed è tempo di buoni propositi; per fortuna lo sport continua a fare capolino nell’elenco di qualcuno, anche in considerazione del suo ruolo, o di quello che avrà, nei mesi a venire. Divagare sulla questione sport, anche sulla scia dell’ultimissima dieta al pompelmo, consigliata per smaltire le abbuffate natalizie, mi sembra allora più che azzeccato.

La realtà è che se non pratichi sport, definirti è facile; ti dicono che non sei uno sportivo, e finisce là. In alternativa, ti chiamano sedentario, ma cambia poco, comunque è come se ti mancasse qualcosa.

Se invece lo pratichi, devi sentirti il primo degli sportivi, il più performante, il più carismatico, il più blasonato, quello che non molla mai. E forse è soprattutto per questo che ci sono altri che non lo praticano più, o non lo hanno mai praticato!

Quindi cosa potremmo fare?

Bella domanda!

Proviamo ad allungare la prospettiva nella quale siamo: quali saranno gli effetti a lungo termine dell’attività sportiva che produciamo con tutta la foga degli ultimi tempi? Forse è questo il punto su cui bisogna soffermarsi.

Be’, una delle conseguenze sarà il bisogno (ormai prossimo) di diventare sportivi a tutti i costi, quindi di rimettersi in forma ogni volta, di indossare una divisa senza conquistarla, di ricevere un apprezzamento senza riconoscerlo. Non importerà più sentire o rispettare il proprio corpo. E neanche cercare la qualità nelle scelte che faremo, o valutare le convinzioni che entreranno in gioco, quando la nostra personalità sarà chiamata in causa.

Prima il dovere e poi il piacere

Gioco, giocosport e sport, tre facce di uno stesso inestricabile processo; il processo grazie al quale diventa possibile rispettare le tappe fisiologiche dello sviluppo di ogni singola personalità.

Stando alle marcate differenze esistenti tra gioco e sport, è utile ricordare che l’idea, più recente, di giocosport ha creato un ponte indispensabile tra le due attività

Ma perché bisogna partire proprio dal gioco?

Nick KyrgiosLo scorso 5 novembre, sfogliando SportWeek, ho letto con interesse l’articolo riguardo Nick Kyrgios, firmato da Lorenzo Cazzaniga. C'erano alcuni passaggi su cui sono dovuta tornare per tracciare un file rouge interno al pezzo, che mi era sembrato un po' scollato, almeno sul piano concettuale.
Ho impiegato qualche minuto in più, ma credo ne sia valsa la pena. Per decifrarlo, ho selezionato alcuni stralci come questi:
“per lui vincere non è l’assoluta priorità, se non in qualche momento di rara lucidità”;
McEnroe, Connors, e compagnia, non odiavano il tennis. Anzi, nutrivano un profondo rispetto. La maleducazione che talvolta li ha accompagnati in campo, era figlia del desiderio di ribellarsi alla sconfitta e della disponibilità ad andare oltre le regole per raggiungere l’unico scopo che li animava: vincere";
“Le sceneggiate di Mac&Co. Erano studiate per conquistare il successo anche nelle giornate storte, quella di Kyrgios è una maleducazione a perdere”.