Punti di vista

 

punti di vista

Mensilmente, sarà possibile consultare questa pagina per approfondire il punto di vista delle ultime settimane; un parere sulle questioni sportive più rilevanti, firmato da Margherita Sassi (Responsabile del CPSPescara, Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport).

 

 

 

didattica pedagogia

L'ambito della didattica mi piace da sempre. Sarà che provengo da studi psicopedagogici, ma pedagogia ed andragogia sono tra i miei settori di applicazione preferiti. I processi di apprendimento mi stimolano costantemente a indagare e a creare soluzioni originali. E così, nella pratica, grazie a questa attitudine, faccio lezione in diversi contesti e, ogni volta, valuto con scrupolo le situazioni che si creano, per cogliere delle novità. Il motivo per cui sono qui a raccontare nasce proprio da una valutazione recente, una delle tante.
Nei giorni scorsi ho conosciuto una ventina di persone, compresa una sportiva doc, che parlava di movimento, alludeva alla biomeccanica (con disinvoltura), faceva domande ed era interessata al timing. Ma non solo, si destreggiava nel goal setting come fosse un’abitudine.
Argomento dopo argomento, questa persona mi ha fornito elementi continui, permettendomi di dedurre quanto fosse consapevole di porsi degli obiettivi, malgrado una mancanza rischiosa di alternative.
Entrata in aula, come di consueto, sapevo del compito che avrei svolto nei suoi riguardi (e in quelli della classe). Volevo trasmettere l’interdisciplinarità del lavoro che faccio, dimostrare (dati alla mano) gli scopi da attribuire allo sport e valorizzare il benessere psicofisico, tramite l’attività motoria. Ma il compito di quella sportiva doc nei miei riguardi? Quale sarebbe stato? Come al solito si trattava di un'incognita, ed è venuto a galla per gradi, mentre le idee che suggeriva si stagliavano dalla sua storia sportiva.
Provo a sintetizzare il tutto.
Una “carriera” iniziata nei primi mesi di vita; scandita, anno per anno, da obiettivi necessari e, a volta, perentori, ma soprattutto impreziosita da legami umani memorabili.
Ho osservato i comportamenti, le parole e le emozioni che quella persona ha condiviso generosamente in mezzo agli altri, a tratti spettatori di una performance individuale.
In una manciata di ore ho estratto elementi inusuali con cui definire scenari da rilanciare al più presto, e mi sono divertita a scovare un'autentica sportività su cui ho incentrato la lezione.
È inutile ..., può anche essere lontano dalle rubriche dei giornali, dai campi di gara o dai titoli iridati, ma lo sportivo vero si riconosce! È chi ogni giorno trova una soluzione ai suoi problemi, e pur avendo un numero limitato di opportunità, ne gode fino all’ultimo minuto; chi mette a nudo i propri limiti ed ha fiducia negli altri, senza pretendere chissà quali prove a favore.

convegno Pescara

Ho atteso qualche giorno per fare un primo bilancio di quello che abbiamo realizzato lo scorso marzo. In effetti, siamo riusciti a muoverci in forza di un'idea proiettata verso il futuro e scaturita, in parte, da una storia che è quella che sto per accennare.
Nel 1929 nasceva la Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI), e cinquanta anni dopo (1979) si ponevano le basi per il riconoscimento della Psicologia dello Sport come materia fondamentale nella Medicina dello Sport. A distanza di un decennio (1989), veniva approvata la Legge Ossicini, con la quale si istituiva l’Ordine degli Psicologi. Quest’anno (2019) a Pescara si è svolto il 1° Convegno di Medicina e Psicologia dello Sport, e tra le istituizioni patrocinanti c'erano: la FMSI, l'Ordine degli Psicologi e la Regione Abruzzo.
Mano mano ci siamo accorti che, nell'approfondire e condividere questi riferimenti, siamo entrati, in punta di piedi, in un progetto per il quale serviva tutta la fiducia accumulata negli anni. Quel numero nove, che tendeva a ripetersi, sembrava quasi scandire un ritmo. E pur essendo altalenante, era proprio quello che volevamo recuperare: un ritmo necessario.
Adesso ci siamo.
Bisogna elaborare le ipotesi emerse dal Convegno dello scorso 15 marzo, consolidare il partenariato rinnovato, e metterlo al servizio di una società civile, riconfermare quella lungimiranza con cui, quasi vent’anni fa, mi sono avventurata personalmente. Allora, forte della mia giovane età, mi spingevo a cercare degli ambiti sanitari in cui proporre il lavoro che desideravo svolgere, quel lavoro da psicologa che il 22 dicembre del 2017 è diventato professione sanitaria. Mi sono a lungo destreggiata nel settore della prevenzione della promozione - degli stili di vita in azienda e dell’educazione sportiva a scuola - tenendo a mente che, in seno alla Medicina dello Sport, il ruolo dello psicologo avrebbe garantito un apporto indispensabile. L’ho fatto, puntando dritto allo sport in quanto salute, educazione e sviluppo, e contestualizzando la prestazione come conseguenza naturale di un lavoro di buona qualità (una prestazione, oltretutto, trascurabile quando le motivazioni restano silenti). Anno dopo anno, la scelta di coinvolgere le scuole, le amministrazioni pubbliche, la Medicina dello Sport, il CONI, le Federazioni ed il settore privato, mi ha permesso di cimentarmi nelle più svariate circostanze. E, forse, la tenacia di riprendere le fila di un discorso aperto, emerge da questo trascorso lavorativo, fatto di adattamenti continui, di una puntualità necessaria e di una dignità piena di speranza.

nuoto Le Naiadi

Lunedì, mercoledì e venerdì, gruppo sportivo a scuola, con mia madre ed i suoi alunni.
Martedì, giovedì e sabato, in piscina, con mio padre ed i suoi allievi.
E ancora lì, in piscina, sempre di sabato, a vedere la squadra di pallanuoto di mio fratello che giocava.
Infine, domenica, con tutta la famiglia, a controllare i risultati delle partite e la schedina del Totocalcio, immaginando di vincere e di realizzare assieme un Centro sportivo polivalente.
Tutto questo nei mesi della scuola.
D’estate, invece: mare, gare di nuoto dell’U.N.U.C.I. e ritiri tennistici dell’A.N.I.E.F.A.T.. In bici dovunque, e addosso la voglia di vivere le giornate più lunghe dell’anno, in movimento, all’aperto.
Chissà! … forse, era un modo come un altro per aspettare l’adolescenza e quel fantastico mese in camper, che si sarebbe ripetuto una volta all’anno in giro per l’Europa, consolidando un senso di sicurezza rivolto al futuro.
Nel bene o nel male, la mia infanzia si è svolta esattamente così. E magari, senza saperlo, mi stavo preparando anche a prendere una decisione che, per certi versi, sarebbe stata necessaria … quella di scegliere di giocare a pallavolo, croce e delizia del periodo adolescenziale ed universitario. Ma il bello è stato che, nella continuità di quei tredici anni così rigogliosi, ho potuto mettere a fuoco lo sport, i suoi risvolti e la sua intramontabile funzione.
Oggi, ho la fortuna di pensarlo quotidianamente, di sperimentarlo e di rendermi disponibile a migliorarlo; ed è proprio di qualche giorno fa, l’esperienza di un giovanissimo collega che mi chiedeva dove sono scritte tutte le “cose” che so del mio lavoro.

zlatan

Ricordo che da ragazza collezionavo profumi con grande slancio; ne ho anche le prove. Era un interesse nato da bambina, non so bene neanche come, e nessuno sembra saperlo al posto mio. Quello che ricordo di quel periodo, però, è che proprio durante le festività natalizie - nella fase in cui alla meraviglia dei regali subentra la freddezza delle “buste” - il mio primo pensiero andava ai risparmi che avrei presto programmato per aggiungere un’ennesima fragranza ed un’ennesima bottiglietta alla mia collezione.
I timbrini di Poochie e le gomme da cancellare mi avevano preparato al gusto della collezione, il passaggio successivo ai profumi è stato rapido e indolore. Soprattutto dal giorno della scoperta che Gabriela Sabatini, la mia tennista preferita, era finita inaspettatamente sull'anonima bottiglietta di un’eau de toilette. A quell’età non capivo né come né perché ci fosse finita, e a dire il vero il profumo non era così eccezionale come la giocatrice, ma l’importante, almeno per me, era quell’incontro tra due mondi lontani.
A distanza di anni, quella collezione arreda profumatamente il soggiorno della casa in cui abito, e mai avrei pensato che, da grande, dei fumetti sportivi avrebbero risvegliato dal letargo la mia attitudine (trasversale) a collezionare.
Ebbene sì, ho cominciato a raccogliere fumetti già da un po’; ma mentre la tempistica e la modalità con cui procedo si sono trasformate, l’entusiasmo no. Quello è rimasto lo stesso … complici anche i miei amici fumettisti - Chiara Karicola e Fabrizio Pluc - ed i loro impareggiabili consigli.
L’ultimo fumetto che ho acquistato, da profana del settore, mi viene da pensare, è a dir poco strepitoso. Il fluire della storia mi ha incuriosito in diversi momenti, dirottandomi spesso altrove; eppure la scorrevolezza del testo è una costante facilmente riconoscibile.
Ho letto il viaggio che viene descritto tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, e ne sono rimasta stupita ed attratta, come non avrei mai potuto prevedere.
In linea di massima, per ragioni che non sto qui ad esaminare, non ho alcuna propensione ad approfondire il calcio rispetto ad altri sport. E questo rende il tutto ai miei occhi ancora più intrigante. D'altro canto, è pur sempre vero che quando incappo in una storia raccontata bene - e questa lo era - cado puntualmente in tentazione, e mi ci perdo per giorni ... ora, considerata la mole di lavoro che ho da smaltire, mi chiedo se era proprio questo il momento di perdersi. Ma questo è un problema mio!

interdipendenza

Sono passati circa due anni da quando annunciavo (a cuor leggero) che avrei scritto un punto di vista al mese; allora, non credevo che intavolare le mie intuizioni, in maniera cadenzata, sarebbe stato così complesso, ma adesso ci siamo e, come si dice ... ogni promessa è debito!
Chiudo l’anno con poche righe, a cui però ho dedicato un tempo più lungo e più articolato del solito, forse in onore del duemiladiciotto e dei suoi dodici mesi, che mi hanno fornito spunti di ogni genere.
La premessa da cui parto è piuttosto spartana.
Per me sfidare lo sport è un dovere e una necessità, e lo sarà ancora negli anni a venire, almeno fin quando sentirò il desiderio di affermare questo settore come una fonte di energia da rinnovare.
Le sfide con cui mi misuro giornalmente sono diverse e numerose.
Al momento, qual è la più attraente?
Forse quella di ribadire con puntualità un obiettivo che è cruciale, valorizzare i processi interni alle realtà sportive, e rimodularne la prospettiva di guardare dritti al risultato. Quando parlo di processi, capisco che potrei sollecitare tutto e niente, ma ho in mente uno scenario preciso. Mi immagino, ad esempio, la gamma di situazioni entro cui i comportamenti s'intrecciano e, nella fretta, si accavallano, modificando i rapporti di fiducia.
In una cornice complessa come può essere questa - e in linea con la mia sfida del momento - l'impegno è forzatamente continuativo, diretto a spostare l’attenzione, dalle parole più comuni come vittoria, sconfitta, sponsor e contratti, verso alternative, quantomeno da sperimentare, come collaborazione, condivisione, empatia e qualità dei rapporti umani.