Punti di vista

 

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Mensilmente, questa pagina dà spazio al "punto di vista" sulle ultime settimane; un parere sulle questioni sportive recenti, firmato da Margherita Sassi (Responsabile del CPS-P, Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport).

 

 

 

sacco pieno sacco vuotoQuesta mattina ero in fila alle Poste, vicina a due signori che, parlando di sport, ingannavano il tempo e forse loro stessi.
In effetti parlavano di calcio, che poi è sport, e cercavano di convincersi a vicenda su questioni di vita o di morte, di vittorie o di sconfitte, tanto che, sul finire, uno dei due ha dato un taglio netto alla complessità che sembrava profilarsi. "Non ci sono più calciatori e squadre di carattere". È stata questa la conclusione laconica a cui sono approdati entrambi, complice anche lo scorrere inarrestabile del tempo che consumava le rispettive attese.
Io sono rimasta in silenzio, come era ovvio che facessi; ma era così propensa ad ascoltare, che è stato istintivo per me rubare quel pezzo di conversazione, salvo poi rifletterci in seconda battuta e in piena autonomia.
Lo farò qui, in breve, senza pretese, solo per il gusto di chiarire questioni che contagiano chiunque inducendo (molti) a conclusioni raffazzonate.
Nello sport, ci sono risvolti che hanno una valenza trasversale, e che interessano qualsiasi atleta. Questo perché lo sport è fatto di persone, e se queste corrono, nuotano o combattono, per certi versi non cambia nulla.
Carattere è un termine che rischia di confondere. È una delle nozioni più antiche, spesso ancora oggi viene usata come sinonimo di personalità, ma generalmente si distingue per una connotazione morale; è stata usata infatti per riferirsi alle tendenze comportamentali che fanno sì che una persona, al di là degli ostacoli, agisca secondo coerenza rispetto a determinati costumi o valori.
Quindi il concetto di carattere è davvero vicino a quello di personalità, anche se tende ad accentuare gli aspetti di valore e conformità rispetto agli standard sociali (quando ad esempio si dice di avere un carattere forte o un carattere debole).

AtriCUP fotoSe domani dovessi raccontare di sport e del lavoro che svolgo, potrei usare la terza persona e la metterei all'incirca così ...

"Margherita Sassi ha sempre tradito una certa passione per lo sport; lo sport che da una parte si impara e dall'altra si insegna. Succedeva quando trascorreva l'infanzia tra il cloro delle piscine, le palestre delle scuole e le società dei centri sportivi, ma anche quando festeggiava l'onomastico, già adolescente, giocando una partita di calcetto, maschi e femmine, nella Pineta D'Avalos della città in cui viveva.

Ora, da psicologa dello sport, preparata a vivere la sua ardente passione, si adopera nel raccogliere informazioni per predisporre esperienze sia in diretta che in differita, perché lo sport possa trovare il suo migliore canale di espressione. Un canale unico; quello per cui i responsabili sportivi devono adoperarsi.

Margherita sembra aver intuito che il primo passo per ristrutturare un mondo che, ogni giorno, stravolge i suoi punti fermi è quello di rintracciarli, recuperarli e collegarli tra loro, facendo leva sulle persone, sui valori in cui credono, sui sentimenti che scatenano, e sulle loro abilità; quelle che ancora celano il sapore della verità e della bellezza. Ma per mettere il primo passo, si sa, servono degli aiuti, degli ausili e degli alleati. E chi meglio di persone capaci di ricordare l'entusiasmo e l’importanza di un primo passo? È per questo (e molto altro ancora!) che Margherita rintraccia, in contesti anche diversi, persone che quando serve sanno ripartire ogni volta da zero. Il bisogno è quello di progettare nel presente e preparare il futuro prossimo con il coraggio di vedere quello che ancora sfugge ad uno sguardo distratto, o forse solo attento a delle dinamiche che poco contano con lo sport e lo sviluppo. Contenuti basilari che meritano di essere considerati e valorizzati.

Margherita sta cercando di trasmettere la determinazione nell'esprimere una migliore qualità dello sport e della vita, per costruire una storia contemporanea che abbia il sapore della creatività e della sensibilità. Che sappia tradurre la teoria nei fatti. E che mostri alle persone il senso di una prospettiva nella quale riassaporare il gusto della sfida e della fiducia reciproca.

CPSPescara obiettiviOggi customizzare è la parola d’ordine. Siamo nell’era in cui ogni prodotto, bene o servizio che sia, viene customizzato. Sentiamo il bisogno di personalizzare ogni situazione, eppure se qualcosa o qualcuno ci mette sotto pressione (persino l’estate alle porte), allora ci omologhiamo a quello che ci offrono i media e l’industria. E così se ci sentiamo inadeguati, veniamo trascinati in popolari regimi malsani, alimentati da convinzioni contrarie al benessere proprio e altrui.

Risultato: lo sport, in barba alla definizione che ha stilato la Commissione Europea dieci anni fa, quando non viene medicalizzato finisce addirittura tra le nuove forme di dipendenza (vedi l’exercise addiction).

Soprattutto di questi tempi, in cui dilagano i segreti e le attività perfette per perdere peso e centimetri, l’esercizio ricreativo, così come il piacere di giocare e di esprimersi attraverso la propria corporeità, sembrano aleggiare in una dimensione trascurabile. Eppure è proprio questa la dimensione della libertà, dello sviluppo personale, delle convinzioni contrarie ai piani di allenamento dannosi ed estranei ad un’attività fisica che, invece, bisognerebbe appunto regolarmente customizzare. E non di certo in base alle mode, ma sulla scorta di un’educazione psicomotoria, figlia di molteplici esperienze, grazie alle quali, di volta in volta, aggiungere e non sottrarre.

CPSPescara obiettiviDomanda: “Sai quanti anni avrò quando arriverò a giocare in serie A?”

Risposta: “Gli stessi che avrai se non ci arrivi.”

Quando sentiamo il bisogno di portare avanti una qualsiasi attività, alcune affermazioni ricorrono con evidente frequenza. Per esempio, “Ormai sono grande per cominciare un altro sport” si accoppia bene con “non ho sufficiente talento per riuscire”, un altro alibi perfetto che funziona a botta sicura per aggirare nuove esperienze.

“Ormai è tardi” la cantava Vasco Rossi negli anni ‘80, ed è una tipica frase, addirittura del periodo adolescenziale, che diciamo a noi stessi ancora oggi (e agli altri, se ci chiedono) per salvaguardare quel tanto o quel poco che siamo riusciti a mettere assieme nel tempo che abbiamo avuto disponibile. Salvo poi scoprire, andando a curiosare, che un tale Marcus Willis, l’anno scorso (2016), da numero 775 della classifica ATP, è arrivato a giocare sul Center Court dell'All England Club il torneo di Wimbledon. E con chi, poi? Con Roger Federer, che di recente (all'età di 35 anni), ha trionfato a Miami, dimostrando anche lui dal canto suo che il tempo è relativo, quando sono in ballo obiettivi e processi validi.

A volte, sento dire dagli atleti, con un tono denso di sorpresa e di sconforto, che non hanno tempo per riuscire ad arrivare ad un livello importante. Quando dico loro che è una questione di consapevolezza, di atteggiamento e di strategia, la loro reazione non sempre è convinta; ed è per questo che le convinzioni vanno supportate e sperimentate. Perché in realtà le esplorazioni possibili vanno testate sulla nostra pelle.

La cultura sportiva (e non solo) del successo, programmato e necessario, induce all’errore chi la adotta con superficialità, ed accade così di svuotare i metodi da cui, invece, non possiamo sottrarci nella realtà dei fatti. Agli atleti dico spesso d’immaginare di preparare tre borsoni e di distribuire separatamente i loro obiettivi di risultato, di prestazione e di processo. Capita che il più pesante sia quello con gli obiettivi di risultato, di cui gli atleti, anche giovani, sembrano essere pressoché consapevoli; salvo poi accorgersi, riempiendo gli altri due borsoni e dovendo scegliere quale portare al prossimo allenamento, che quello con gli obiettivi di processo è il più allettante. Ed è lì dentro, infatti, che ripongono tutta la creatività necessaria per accettare e sviluppare il bisogno di crescita e di autonomia che a quel punto non possono più rifiutare, e che alla lunga si dimostra il più appagante e promettente una volta soddisfatto.

bocce_Pescara_pinetaD'AnnunzianaLo scorso 6 aprile è stata celebrata la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, sostenuta dalle Nazioni Unite e fissata in tale data per ricordare l’inizio dei primi Giochi Olimpici (Atene, 1896). Siccome, però, quando si tratta di sport, di movimento, di gioco o di esercizio fisico, per me un giorno vale l’altro, ne parlo oggi.
Secondo le raccomandazioni dell'Istituto Superiore di Sanità, emanate nell'ambito del programma "Guadagnare Salute" sulla linea delle “Global Recommendations on Physical Activity for Health” redatte dall’OMS, a specifici gruppi di età corrispondono relativi livelli di attività fisica. Questi ultimi, oltre ad essere il segreto per mantenersi in salute, si abbinano perfettamente allo scopo della giornata celebrativa in oggetto, quello di accrescere la consapevolezza del ruolo attribuito allo sport a riguardo delle trasformazioni sociali (promozione della salute, dell’istruzione, dello sviluppo e della pace).
Ora, al di là delle pozioni magiche e delle prospettive future (vedi "Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”, paragrafo 37), sembrerebbe che a renderci felici sia proprio l’abitudine a muoverci (quest'anno, lo slogan della Giornata è stato: "Persone Attive! Persone Felici!"). E infatti, pur rinunciando ad una buona dose di spontaneità, questa pratica sta diventando una vera e propria questione collettiva, supportata però da una nuova forma di consapevolezza. È un po’ come se si stesse vagliando una nuova scoperta scientifica (al pari di un farmaco!).