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Prima il dovere e poi il piacere

Gioco, giocosport e sport, tre facce di uno stesso inestricabile processo; il processo grazie al quale diventa possibile rispettare le tappe fisiologiche dello sviluppo di ogni singola personalità.

Stando alle marcate differenze esistenti tra gioco e sport, è utile ricordare che l’idea, più recente, di giocosport ha creato un ponte indispensabile tra le due attività

Ma perché bisogna partire proprio dal gioco?

Bettelheim affermava che la capacità di godere della competizione si costituisce sull’esperienza di gioco della prima infanzia, e quest’ultima non solo sviluppa l’affettività e l’emotività contingenti, ma rappresenta anche la strada maestra per arrivare al mondo interiore del bambino (Un genitore quasi perfetto, 1987). Il gioco, infatti, consente, in maniera del tutto naturale, di regolare le emozioni che scatena, e permette un progressivo adattamento all’ambiente circostante, miscelando realtà e fantasia. La sensazione del proprio corpo in movimento e l’azione di cui si diventa protagonisti sono aspetti evolutivi fondamentali, attivati sia dal gioco corporeo che dal dialogo tonico, ed alimentati dalla curiosità naturale verso la scoperta (dai primi mesi fino al gioco strutturato).

Intorno ai 6 anni, comincia il delicato passaggio dal gioco allo sport, diventano preziosi i giochi basati sulla soppressione temporanea dei canali senso-percettivi (ad esempio, la vista e l’udito) e sull’integrazione sensoriale, e ciascun bambino scopre, così, il piacere delle funzioni stesse.

Ma c’è dell’altro.

Analizzando lo sviluppo cognitivo, Piaget ha considerato il rapporto tra le diverse dimensioni del gioco (esplorativa, catartica, simulativa e normativa) e l’apprendimento, ed ha evidenziato come la maturazione e l’adattamento del bambino sono frutto dell’esercizio combinato delle molteplici funzioni attribuite al gioco, che quindi può essere, di volta in volta: di esercizio (sviluppo degli schemi senso-motori e padroneggiamento dell’oggetto e dello schema corporeo), imitativo (riproduzione di comportamenti ed attività tipiche di altri), simbolico (trasposizione di comportamenti, "far finta di…”) e normativo, centrato sulle regole (la partita).

Naturalmente, traghettare il giovane verso lo sport significa anche considerare con attenzione il piano psicosociale, sul quale bisogna spostarsi; ed è qui che si colloca il concetto di auto-efficacia (introdotto da Bandura). Operando continuativamente attraverso il gioco, l’acquisizione delle abilità necessarie (life skills) delinea un processo del tutto naturale; per cui, la perseveranza, l’attenzione, e la tenacia nel fare le cose e nel comprenderne il funzionamento, rappresentano i contenuti di una qualsiasi proposta ludica, già a partire dai 5-6 anni.

Allora, qual è il valore del piacere legato al gioco?

In termini evolutivi, sembra inestimabile; e se poi ci si pone in vista del valore da attribuire alla competizione, non se ne può proprio fare a meno!

Il gioco insegna a muoversi, a immaginare e a pensare (Laeng); il gioco motorio, in particolare, impegna i movimenti, la prontezza senso-percettiva, la coordinazione, l’apprezzamento dello spazio e del tempo, e l’impiego dell’energia; dimostrandosi, così, fine a se stesso.

Quando si comincia a parlare di prestazione sportiva e, a volte, di eccellenza (dall'adolescenza in poi), è indispensabile che le informazioni provenienti dal corpo e dal suo movimento restino il fulcro della ricerca attenta e costante di una consapevolezza e di un equilibrio costantemente a rischio (equilibrio, non solo cinestetico, ma anche emotivo).

Di certo, mietere successi significa anche sentirsi più efficaci e più sicuri, ma bisogna sottolineare che questo accade solamente a fronte di una resilienza collaudata; e per essere proficuo, lo sforzo competitivo va inserito, anzitutto, nel processo di socializzazione da mettere in atto. Solo in questi termini, si può predisporre la migliore situazione affinché la prestazione si affini e la pretesa di prevaricare l’altro si trasformi.

Da ultimo, ma non per importanza, vale la pena ricordare che il termine competizione - come competenza - deriva dal latino competere, e significa cercare di ottenere insieme con qualcuno, che sembra un esplicito rimando al concetto di cooperazione.

 

La foto è stata presa dal seguente link: https://connect.uclahealth.org/2019/07/11/benefits-of-outdoor-play-for-children/