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"Spunti sportivi"

CPSPescara obiettiviOggi customizzare è la parola d’ordine. Siamo nell’era in cui ogni prodotto, bene o servizio che sia, viene customizzato. Sentiamo il bisogno di personalizzare ogni situazione, eppure se qualcosa o qualcuno ci mette sotto pressione (persino l’estate alle porte), allora ci omologhiamo a quello che ci offrono i media e l’industria. E così se ci sentiamo inadeguati, veniamo trascinati in popolari regimi malsani, alimentati da convinzioni contrarie al benessere proprio e altrui.

Risultato: lo sport, in barba alla definizione che ha stilato la Commissione Europea dieci anni fa, quando non viene medicalizzato finisce addirittura tra le nuove forme di dipendenza (vedi l’exercise addiction).

Soprattutto di questi tempi, in cui dilagano i segreti e le attività perfette per perdere peso e centimetri, l’esercizio ricreativo, così come il piacere di giocare e di esprimersi attraverso la propria corporeità, sembrano aleggiare in una dimensione trascurabile. Eppure è proprio questa la dimensione della libertà, dello sviluppo personale, delle convinzioni contrarie ai piani di allenamento dannosi ed estranei ad un’attività fisica che, invece, bisognerebbe appunto regolarmente customizzare. E non di certo in base alle mode, ma sulla scorta di un’educazione psicomotoria, figlia di molteplici esperienze, grazie alle quali, di volta in volta, aggiungere e non sottrarre.

Il paradosso è che abbiamo così tante possibilità che ci vengono offerte da ridurci all’ossessione di dover perdere qualcosa; peso, grassi, liquidi, centimetri che siano, non importa, purché si perdano! E andando avanti così, il fatto di sentirci in colpa o contrariati per aver perso l’ennesimo allenamento, l’ultima gara o un probabile record, ci metterà nella condizione di dover perdere persino lo stesso senso di colpa. Aggiungiamo per poi togliere, aspettando ogni volta che la scienza ci dimostri cosa è valido e cosa no. Complici assidui di questo malefico cortocircuito la mancanza di creatività, di sensibilità e di qualità nelle azioni che compiamo ogni giorno. Sepolti da una frenesia che ci rende schiavi di un’assenza di equilibrio a cui ci stiamo brutalmente abituando. E se identificare un problema di salute pubblica nella categoria dei sedentari o degli obesi è il primo passo, forse è il momento di prendere atto che spesso proprio loro sono quelli fuori dai giochi, quelli che si piazzano ai margini e che osservano a distanza; mentre tutti gli altri si divincolano come sanno. Dimostrandosi, così, sovraesposti alla tentazione intramontabile di una perdita repentina di massa grassa, capace di rendere quella magra l’emblema del bisogno di apparire che non lascia più spazio a nessuno. Giovani e meno giovani.

Ma allora, sport sì o no?

Sì, se parliamo di una qualsiasi forma di attività fisica in grado di aggiungere qualcosa alla nostra creatività, allo star bene con gli altri e con noi stessi. In questi termini, infatti, lo sport incarna un processo di sviluppo incentrato sulla sensibilità e rivolto a riempire di significato gli ambienti di ogni giorno. Gli stessi attraverso cui diventa naturale realizzare il proprio stile di vita in funzione di una connessione continua, impreziosita sia dall’autonomia personale che dal gusto imperdibile di aderire ad ogni esperienza possibile.

Solo così il bisogno di apparire all’esterno lascerà spazio al segreto di star bene, che c'è ma è dentro di noi e non si vede!