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Di solito, quando rientro da un viaggio, elenco "le tre cose più belle e le tre cose più brutte” di quello che è stato. E questa volta, una delle sei (o meglio delle belle) è Fiona, che lo scorso settembre, a diciannove mesi, ha imparato a camminare.

"È stata lenta", mi ha detto la sua mamma, una giovane signora, sorridente come la figlia e comprensiva come il compagno.

Osservandola, si nota che Fiona è ancora titubante nel procedere, ma solo a tratti e nella sua naturale insicurezza è fortemente simpatica.

Negli ultimi due giorni (proprio durante il mio soggiorno a Valencia), come non bastasse, a metterla in difficoltà ci si è messa anche la sua ombra, che come all'improvviso è apparsa in mezzo ai piedi, ingombrante e appiccicosa.

A causa di quella sagoma così insistente, Fiona ha versato qualche lacrima, è sembrata impaurita, e si è mostrata restia a camminare. Per fortuna, però, la fiducia nei genitori e il desiderio di spingersi oltre l'hanno fatta ridere dei suoi timori e giocare con la sua figura sul pavimento.

Ieri mattina, prima di salutarci, Fiona girovagava nel salone della colazione, e appariva addirittura più sicura e disinvolta del primo giorno; superato l’inconveniente, sembrava più spedita. Oggi, ricordandola, mi viene da dire che bisognerebbe essere tutti un po' come Fiona: vivaci, sorridenti e soprattutto, capaci di riconoscere ed accettare la propria ombra, mettendosi nella prospettiva di un infinito in cui credere. Il duemiladiciotto è evidentemente pronto, e ce ne darà la possibilità.