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Caro Babbo Natale,
mi piacerebbe che mio figlio si appassionasse allo sport. Che fosse per lui motivo di conoscenza ed esplorazione di se stesso e dell'ambiente che lo circonda.
Mi piacerebbe che capisse che solo sbagliando si può crescere e migliorare.
Che l'importante è che provi divertimento nel giocare; e che inizi a capire che non sono una persona migliore se vinco e non sono scarso se perdo, per arrivare un giorno a trattare la vittoria e la sconfitta nello stesso modo.

F.

Questo è il testo stringato ma efficace della lettera scritta da un adulto, che nel dicembre 2018, in un'aula di formazione, metteva in ordine i propri desideri sperando si potessero realizzare grazie all’aiuto di Babbo Natale.
L’ho riportato perché è saltato fuori stamattina, mentre cercavo dei documenti e spulciavo tra gli hard disk. Quando ho bisogno di qualcosa, ne trovo sempre una diversa nella quale a volte mi perdo. Vabbè, comunque tra file e cartelle è riemerso persino il programma del Master in psicologia dello sport che ho frequentato all’Acqua Acetosa. Mi ha sorpreso che gli argomenti fossero più innovativi di quelli che vengono sponsorizzati a venti anni di distanza; mancava giusto il risvolto tecnologico, altrimenti direi che sarebbero tutt'oggi assolutamente validi, senza alcuna remora.
Siccome però non pretendo di essere creduta sulla parola, elenco di seguito, per sommi capi, le tematiche distribuite negli otto mesi di formazione di cui sto parlando.

1) Psicomotricità e avviamento allo sport nell’età evolutiva 2) Le basi del Mental Training 3) La spinta motivazionale nella pratica sportiva 4) I “sistemi di convinzione” dell’atleta 5) La “personalizzazione” della preparazione mentale dell’atleta 6) Le emozioni dell’atleta 7) Le tecniche di Programmazione Neurolinguistica per l’atleta 8) Lo sport come “impresa

Una simile programmazione, vista con gli occhi di adesso mi spinge forzatamente a riflettere su due aspetti: la centralità dei contenuti e la finalità degli insegnamenti.
Provo a spiegarmi meglio.

I problemi interni alle attività che svolgevamo erano molto concreti e ci consentivano - tra un weekend e l’altro - un riscontro immediato, avulso da questioni di lana caprina com’è diventata, ad esempio, la figura del genitore nei settori giovanili. Anche stando alla lettera rinvenuta di Babbo Natale che a questo punto cade a fagiolo, è evidente che considerare i genitori una categoria a sé stante sia frutto di un gigantesco bias cognitivo. Nella realtà dei fatti, le persone possono essere, allo stesso tempo e nello stesso contesto, atleti, allenatori, genitori o molto altro e questo, a mio parere, fa riflettere ancora troppo poco sulle criticità del settore sportivo.
Ma torniamo al Master. Dicevo che comprendeva degli elementi ascrivibili a una finalità ben precisa. Intendevo dire che sul piano didattico, a programma concluso, avremmo imparato a gestire i clienti, consapevoli della competenza da esprimere in quanto professionisti; forti di un punto di partenza che era la teoria, incentrata su aspetti che andavano dallo schema corporeo alla precocità sportiva.
Messa così, sembra la storia di un ritrovamento banale, una memoria affiorata per caso e destinata all'oblio, invece no. Ho provato a collegarla ai risultati ottenuti da Sofia Goggia in Coppa del Mondo, sulla pista canadese di Lake Louise, i primi di dicembre. Tre vittorie in tre giorni, una dopo l’altra, e come non bastasse, più di recente, la doppietta sulle nevi francesi, in Val d’Isère.
Si direbbe che, in questo momento, la bergamasca riesca a gestire il ricordo dell’infortunio di dieci mesi fa, quando si è rotta il piatto tibiale e ha dovuto rinunciare ai Mondiali di Sci Alpino a Cortina. E, forse, ne è capace grazie a degli strumenti nuovi: ai suoi sistemi di convinzione e alla sua recente capacità di gestire emozioni come la paura. Negli ultimi tempi, la campionessa olimpica ha dichiarato di aver messo a frutto una preparazione personalizzata lavorando con una psichiatra, psicoterapeuta che ha sottolineato, a sua volta - in un'intervista su La Repubblica lo scorso 11 dicembre - come l'International Society for Sports Psychiatry punti a separare lo psicologo dello sport dallo psichiatra dello sport, in quanto - stando alle parole della dottoressa Romana Caruso - lo psicologo si occupa delle tecniche di concentrazione, della gara, del training autogeno, lo psichiatra invece valuta l'equilibrio psicologico, la base per fare bene l'atleta.
Ecco, facendo un paio di collegamenti rapidi tra presente e passato, al netto di primi posti e prestazioni, quando si parla di professionisti, penso che la differenza sia nella capacità di lavorare sul benessere degli individui, sul valore della loro salute e sull’integrità della persona. E magari serve anzitutto una specializzazione. In Italia, dal 2020 esiste una legge regionale - in Abruzzo - che prevede la presenza dello psicoterapeuta nei Centri di Medicina dello Sport di 3° livello. È un indizio forte, ma ce ne vorranno altri.
Chissà che partendo da un bagaglio sportivo culturale ricco, con una laurea in psicologia, una specializzazione in psicoterapia e una formazione in psicologia dello sport si possa stabilire la validità di una strada maestra ed evitare che, a turno, si tiri una coperta troppo corta.