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Aspettando la Riforma dello Sport

Prima che si annunciasse il nuovo ministro dello sport, Andrea Abodi, si è fatto un gran parlare della Egonu, che ora è pronta a partire per Istanbul, e c’è stato tanto clamore per Ronaldo, prossimo al docufilm di DAZN ("The Phenomenon") che lo vede protagonista.
Da un lato è stata sollevata la questione del razzismo e dell’inclusione, dall’altro quella della salute mentale dei calciatori professionisti. Eppure, è lo stesso identico momento storico in cui escono le direttive del Bonus per l’Attività Fisica Adattata, e le patologie croniche relative alla prescrizione sono unicamente quelle fisiche. Non bastasse questo, c'è un clima di attesa e di eccitazione per le prossime scadenze, che secondo la Riforma dello Sport dovrebbero promuovere nuove regole di parità e non discriminazione. E poi, tutela dei minori, contrasto alla violenza di genere, altro ancora.
Perdonatemi, io ci provo a separare le cose, ma quando la mia idiosincrasia verso qualcosa che non funziona e passa pure inosservato (il perché è da capire), viene solleticata dalla strumentalizzazione pura e semplice dello stesso settore - quello sportivo -, rischio puntualmente di andare fuori giri.
Detto questo, non lo farò neanche stavolta. Due cose, però, mi va di chiarirle.


Primo. Lo sport non è irreprensibile, e chi illude o si illude del contrario, segue un ragionamento di comodo. È troppo facile chiamarlo in causa quando serve a circoscrivere un problema che magari nello specifico un problema non è. E, se anche lo fosse, non sarebbe certo il problema. In altre parole, le lacrime della Egonu sono lacrime. Il resto sono per lo più supposizioni, altrimenti dette chiacchiere.
Secondo. Se pensiamo che il Bonus per l’Attività Fisica Adattata abbia un senso solo per le patologie croniche o le disabilità fisiche, buttiamo pure all’aria tutta la letteratura che centinaia di colleghi producono sul benessere e la salute conseguenti l’attività fisica, perché stanno solo perdendo tempo. E gli psicologi dello sport in particolare, compresa la sottoscritta, che continuassero a parlare di goal setting o focus attentivo, che così si punta dritti all’Agenda 2050 e non se ne parla più.
Lavorare sulla qualità della prestazione significa tutelare la salute delle persone. E lo sport non è un cappotto double face. Per arrivare a prevenire e a curare il disagio o a promuovere il benessere, bisogna professionalizzare le risorse umane e affrontare le storture scomode, anche se pochi ci cliccano. Può capitare, purtroppo, che molti siano impegnati a fare altro.