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"Spunti sportivi"

Le parole e la decadenza dei significati

Ormai lo offrono in tanti, troppi. Il suggerimento per cui servirebbe più cattiveria agonistica tra gli sportivi è diventato una vertigine. Sembra quasi un dato inconfutabile.
Allenatori di qualsiasi nazionalità si pronunciano spesso su un presunto pizzico di cattiveria da mettere in campo. E capita che persino gli atleti, soprattutto negli sport di opposizione e combattimento, seguano il mito dello stesso pizzico, che poi implicherebbe una sua procedura, con relativi modi e tempi di esecuzione. Ormai è nell’ordine delle cose che questo accada. E non vedo perché stupirsi quando, in generale, anche i tifosi sono inclini a sostenere l’aggressività dei giocatori. È un fenomeno antico e fisiologico, con delle radici psicosociali ben definite. In fondo, che la lotta si nutra dei suoi stessi sostenitori è naturale. Lo è un po' meno, invece, che un simile meccanismo coinvolga atleti giovanissimi, alcuni neanche destinati alle luci della ribalta. E non lo è affatto quando le convinzioni di una cerchia di persone, oltretutto ristretta stando ai numeri della popolazione sportiva del nostro Paese, promuovono l'essere cattivi come un vantaggio competitivo.
In passato ho anagrammato la parola cattiveria in creatività per offrire degli spunti di riflessione, ma senza andare troppo lontano, a farmi riflettere sulla distorsione del ragionamento in essere sono le conseguenze che si stanno sviluppando. Il proposito del 2023 - di Lorenzo Musetti - è di essere ancor più “egoista”, se così si può dire. Riporto pedissequamente le parole del tennista italiano, così come le ho lette su La Gazzetta, qualche giorno fa. Malgrado le virgolette e la seconda parte dell'affermazione, la costruzione della frase precisa poco o per nulla il significato della parola egoista. In particolare se consideriamo la teoria di Morten Moshagen in tema di cattiveria. Secondo il professore dell’Università di Ulma, il “fattore D” (Dark Factor of Personality) rappresenta la tendenza generale a massimizzare la propria utilità individuale, accompagnata da credenze che fungono da giustificazioni. Può essere evidente nel narcisismo e/o nella psicopatia, oltre che in qualsiasi altro tratto specifico: amoralità, egoismo, avidità, machiavellismo, sadismo o dispetto, nonché in una combinazione di questi.
Lo scopo non è certo quello di aprire ad esagerazioni parossistiche, anche se potrebbe essere opportuno; però, lavorando con atleti ancora adolescenti, il dato di fatto è che l’egoismo, ad oggi, rientra appieno tra i ragionamenti ricorrenti nel definire un giocatore tipo, capace di buone prestazioni.
Quindi, considerato quantomeno che le parole creano la realtà, è importante avere consapevolezza dei sistemi che stiamo alimentando e della direzione che stiamo prendendo o abbiamo già preso.

L’atleta che afferma di dover subordinare il bene altrui al proprio e applica questo principio come criterio per giudicare le proprie azioni e quelle altrui sta modificando la realtà. La stessa che qualcun altro è ancora disposto a preservare; altrimenti non parleremmo più di come gestire l’aggressività, di come canalizzare la rabbia, dell’espressione della grinta e della reattività del sistema nervoso in gara.
Pertanto l'affermazione dell'egoismo, se così si può dire, citando Musetti o chi per lui, non sta nel fatto che gli atleti facciano il possibile per definire una loro identità e si sforzino di orientarsi in un sistema allargato fortemente complesso, bensì nel fatto che i diversi stakeholder dell'ambiente sportivo contribuiscano a vario titolo perché le convinzioni in ballo prendano forma.
Uno dice: ma davvero la cosa sta assumendo i contorni del problema? Ascoltando la lucidità di un giovane nel sostenere la propria tesi egoistica, a quanto pare sì.
In termini linguistici, si può sostenere che le definizioni istituiscano l'uso di un'espressione attribuendole un significato arbitrario, senza per questo cogliere l'essenza di qualcosa. Oppure considerare che le parole in sé stesse posseggano un significato proprio. Sono teorie contrarie, entrambe riconosciute. Magari è tempo di sospendere la convinzione dogmatica che sia possibile dare una sola interpretazione corretta delle parole altrui, ma nel caso bisogna trovare un modo alternativo di sgombrare il campo dalla ambiguità e fare maggiore chiarezza in favore dei valori utili alle nuove generazioni. Pena il rischio di attualizzare "Attraverso lo specchio", replicando su vasta scala l’incontro tra Alice e Humpty Dumpty. Le parole sono potenti e scatenano conseguenze importanti, sostanza di una prassi sportiva che inficerebbe così quella originaria: dare sé stesso in maniera incondizionata e scoprirsi nel confronto aperto con l'altro.