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È piuttosto insolito che mi soffermi su una stessa situazione in due mesi consecutivi, eppure questa volta mi sento quasi obbligata a farlo. Oltretutto il punto di vista di ottobre l’ho chiuso in maniera divinatoria.
Cito testualmente.
«…, tornando all’esempio di partenza, per cui la FIPAV questo mese ha comunicato "l'interruzione consensuale" del rapporto tra l’ex CT Davide Mazzanti e la Nazionale femminile di volley, penso che quantomeno in termini di responsabilità, trasparenza, etica e rispetto degli stakeholders la strada per aderire alle norme tecniche internazionali sia ancora lunga.»
Senza dubbio troppo lunga, aggiungo oggi, al punto che una Società come la UYBA Volley Busto Arsizio si è trovata a dover fare i conti con il comportamento spregiudicato di una Federazione, incapace nella veste del Presidente in carica di fare affermazioni credibili.
Il tentativo maldestro di anteporre un discorso pratico ad un fatto etico, come se l’etica non fosse una dottrina intorno al comportamento pratico dell'uomo di fronte ai due concetti del bene e del male, dimostra una forte mancanza di consapevolezza, di conoscenza e di competenza. Che sono tre livelli diversi, ai quali i responsabili del misfatto avrebbero potuto fare ricorso in maniera più accorta, a testimonianza di una responsabilità sociale che paradossalmente più le Federazioni accrescono le loro dimensioni e la loro natura e meno viene riconosciuta. Eppure dovrebbe essere al centro di ogni logica organizzativa e manageriale, la responsabilità sociale. Ci tengo a ribadirla, perché malgrado le evidenze plurime, spesso riportate persino in letteratura, a cavallo tra le diverse scienze dello sport, i comportamenti delle persone ai vertici si ostinano a dire il contrario.

Appellarsi alle questioni logistiche e trincerarsi dietro l’indirizzo mentale da garantire ad un allenatore, mi sembra un ragionamento seppur convinto, come minimo poco creativo. Perché in fondo non si ha voglia di spendersi manco in una fase come questa, ma forse perché la percezione del rischio è pressoché trascurabile e quindi non si ha nulla da perdere. Se non fosse un’esclusione dalle Olimpiadi, almeno per ora. Per molti sembra essere tutto un gioco e, invece, stiamo parlando di un esempio di come non si fanno le cose. Male. Con superficialità, arroganza, presunzione e indifferenza.
Di recente, leggendo un articolo particolarmente stimolante incentrato sul mondo digitale e i rapporti tra settore pubblico e privato, sono rimasta colpita da un insegnamento. Un grande potere che si sviluppa in assenza di regole e senza un regime della responsabilità diventa facilmente un potere senza limiti. E il potere illimitato è per definizione potere arbitrario.
Ecco, quello che mi chiedo è: davvero il mondo dello sport insegna il rispetto delle regole che tanto decanta? Ma soprattutto, chi insegna, cosa, a chi? E come? Con quale scopo?
Forse, considerato il comportamento di quanti sul territorio si impegnano a seminare bene per raccogliere meglio, occorre un deciso cambio di direzione. E quindi bisognerebbe oltrepassare il tradizionale approccio verso le imprese sportive (fortemente italiano) come unico e solo motore di innovazione, per ridiscutere la complessità delle dinamiche federali secondo degli standard di gestione nuovi, dettati da un benessere organizzativo perseguibile.
È oltremodo evidente che per quanto la competizione sia parte integrante del settore sportivo, sono pochi ad agirla in maniera corretta o quantomeno in linea con il suo significato. È in gioco la salute mentale e fisica degli atleti e di coloro che lavorano per garantirla, che poi si traduce in prestazione e magari risultati, quelli veri. Come il vero volley del consorzio, compresa la UYBA Busto Arsizio, che dall’intreccio in cui è finita suggerisce a tutti noi l’urgenza di rafforzare la cooperazione.

 

Illustration by Barbara Kelley