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10 anni di cresibilita

Nel riflettere distintamente su come chiudere il 2023, è emerso che qualche mese fa ho rinnovato il marchio d’impresa al quale lavoro da un decennio. E così, una volta escluso di eludere l’intuizione, ho creduto opportuno traghettare i pensieri verso il 2024 considerando la centralità del gioco, in quanto elemento caratterizzante i recenti studi della Cresibilità®️.
Nel proseguire lo sforzo compiuto finora, va però sgombrato il campo dalla possibilità di estrapolare metodi immediati ed efficaci da un modello di studio e di intervento - quale è, appunto, la Cresibilità®️ - che punta invece ad un’azione modulare e integrata. Volendo, infatti, allo stesso tempo, rispettare la struttura del paradigma e chiarire un fattore dei ragionamenti in divenire, l’idea è quella di proporre un’alternativa ad un dettaglio che caratterizza oggi la psicologia dello sport. La denominazione dello stesso settore scientifico-disciplinare. L’elemento in oggetto, che aprirebbe interessanti ambiti di indagine, l’ho selezionato perché ritengo sia necessario guardare all’importanza del gioco con un’attenzione diversa e una conoscenza puntuale. Si tratterebbe, in pratica, di rinominare il settore di cui sopra, psicologia dello sport e del gioco anziché psicologia dello sport e dell’esercizio fisico.
Il presupposto dell’idea si lega in maniera significativa al pensiero di C. Thi Nguyen, professore di filosofia presso l'Università dello Utah. Secondo il filosofo, specializzato in questioni di epistemologia sociale, fiducia, competenza e autonomia intellettuale, i giochi sono una tecnologia sociale unica, un metodo per inscrivere forme di agency in contenitori artefatti, per registrarle, conservarle e farle circolare. È questo quanto emerge in Giocare è un'arte, l’ultimo libro di C. Thi Nguyen per add editore, uno spunto di approfondimento che si inserisce appieno nell’evoluzione continua dei ragionamenti fondanti la Cresibilità®️.
Ma c’è dell’altro.

I giochi, in quanto tali, svolgono un ruolo fortemente rilevante nel progetto di crescita e sviluppo dell’autonomia personale, soprattutto nella misura in cui ci permettono di essere assorbiti da un singolo aspetto della vita pratica. Quando giochiamo, l’essere costantemente esposti a diverse responsabilità (agency) prevede la capacità di identificare ed esercitare le abilità connesse al raggiungimento di un determinato obiettivo, all’interno di uno specifico ambiente.
Ed è in questi termini che diventa impossibile negare come il gioco comprenda anche l’esercizio fisico, mentre resterebbe possibile fare il contrario. Stiamo evidentemente trattando di un’attività strutturata, ovvero una delle pratiche utilizzate dalla persona non solo per memorizzare, ma anche per scoprire e familiarizzare con nuove modalità di comportamento. Un processo elettivo, quest’ultimo, per arrivare ad un’autonomia complessiva, garantita appunto dalla struttura stessa dei giochi, associata (auspicabilmente) ad un approccio sistematico e di vasta portata.
Stando a Donatella Di Corrado, professore presso l’Università degli Studi di Enna Kore, l’Association for the Advancement of Applied Sport Psychology sostiene che negli ultimi decenni il quesito più impellente posto dai tecnici e dagli atleti alla comunità scientifica è: «Come si possono compiere prestazioni sempre più eccellenti?». 
La problematica che da ormai cinquant’anni si impone nella psicologia dello sport è forse proprio quella di definire in maniera trasversale come considerare l’età evolutiva, al di là delle singole discipline sportive e delle emergenti prestazioni individuali o collettive. Un problema che oggi non presuppone l’istituzione di un reale piano dialettico ma, al contrario, cerca una soluzione nell’importare teorie e tecniche di intervento estranee al pensiero creativo.
Ecco perché per dare una risposta che sappia di verità all’impellente quesito menzionato, dico che la fluidità nel passare da una modalità agenziale all’altra all’interno del gioco risulta, spesso, l’elemento fondante la possibilità dell’atleta di fare la cosa giusta, trovando, ogni volta, la modalità agenziale appropriata. Ed è questa, a mio avviso, la prospettiva più prossima all’eccellenza che valga la pena tratteggiare al cospetto di un atleta di qualsivoglia livello.
Nel gioco per la sfida, al quale sarebbe bello che la collettività si affidasse, la capacità di immersione in situazioni temporanee risulta essere lo strumento migliore per risolvere il conflitto tra i bisogni più autentici della persona, da una parte, e gli stati emozionali, i tratti di personalità e le tendenze naturali, dall’altra.
Queste ed altre spiegazioni saranno sicuramente oggetto di studio da mettere a punto nei prossimi anni e credo che un’alternativa culturale e scientifica, che ponga in essere la valenza del gioco, meriti un cenno di riguardo nel rinominare una disciplina psicologica ancora irrisolta.
E se la strada è ancora tanta, la Cresibilità®️ si conferma ad oggi un modello che prende le distanze dai cliché stanchi e dalla remissività delle posizioni spesso ambigue, per offrire uno spazio di intervento e di studio entro cui esprimere la volontà di attraversare e comprendere i confini che racchiudono lo sport italiano.

Illustration Banksy No Ball Games Street Art