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"Spunti sportivi"

progettazioneVorremmo che foste tutti sani e salvi in un momento così critico. Questo è il nostro primo, forte desiderio.
In risposta ai mesi trascorsi all’insegna del Covid-19, il CPSP è andato avanti con il lavoro, mettendo a fuoco i processi in atto e contenendo le incognite.
Ci siamo equipaggiati con le procedure necessarie e sono cambiate le modalità, ma non le intenzioni. La salute e il benessere delle persone, con cui e per cui lavoriamo, si confermano di estrema importanza, adesso più che mai.
Abbiamo avuto l’opportunità e la fortuna di fare un’interessantissima esperienza lavorativa online, durante tutta la fase del lockdown, e stiamo già progettando un report ad hoc che renda merito alla realtà sperimentata.
Continuiamo, nel frattempo, a fornire aggiornamenti sul nostro sito web, tramite la Rubrica del mese (Punti di vista), e sui nostri social media (Facebook, Instagram e LinkedIn).

progettazioneIn ambito sportivo, negli anni Ottanta, si è trattato profusamente di interdisciplinarità, grazie a figure di rilievo come Arthur Hotz, anche se in effetti era un’idea che veniva da lontano, da autori come John Dewey, Jean Piaget, Jerome Bruner. Studiosi importanti. Poi, senza particolari proclami, è subentrata la parola multidisciplinarietà, quasi a puntellare l'altra. Nei fatti le cose cambiavano poco, però è probabile che funzionasse meglio; magari suonava come un termine più adeguato, in qualche modo contemporaneo.
Fatta la premessa, scivolare su un piano educativo sarebbe una conseguenza naturale, invece parto da qui per sostenere che anche solo tra psicologia cognitiva, pedagogia e scienze motorie, siamo assolutamente equipaggiati per credere che l’evoluzione dello sport debba fondarsi su uno scambio di competenze a più livelli. Ed oggi, forse, siamo arrivati ad un ennesimo punto critico, in cui possiamo andare oltre e correre il rischio di cambiare di nuovo, mettendo mano al modello organizzativo e cercando dei paradigmi emergenti capaci di favorire una trasformazione. Penso, per esempio, alla metadisciplinarità, che potrebbe fare al caso nostro e costituire una "situazione a tendere" rispetto alla quale, in base anche alle reazioni ai sistemi di ripartenza dal Covid-19, le realtà sportive all’avanguardia potrebbero iniziare le prime sperimentazioni. Il concetto a cui alludo è piuttosto recente (primi anni del Duemila) e credo si profili come una prospettiva plausibile, se consideriamo anche l'affermazione evidente dei processi sociali, economici e tecnologici. Provo ad entrare nel dettaglio di quello che ho in mente.

progettazioneUn effetto prevedibile della mia quarantena era che avrei ragionato sulla figura dello psicologo come professione sanitaria. Tanto è stato, la salute è all'ordine del giorno e anch'io ci ho riflettuto, concentrandomi sul lavoro e considerando che le cose cambieranno. Manco non fossero già cambiate. Nella realtà, il tempo avanza anche se noi rallentiamo, e credo che molto presto ci sarà un gran da fare.
Quello che mi chiedo e chissà se questa pandemia sia una spinta a capire il fondamento dei successi sportivi.
Un annetto fa (eravamo di sicuro più tranquilli), in un convegno di medicina e psicologia dello sport - organizzato da me ed un gruppo di colleghi - veniva a galla una verità, che l'andamento della prestazione deriva dallo stato di salute. Magari, qualcuno dubitava, ma adesso siamo tutti d'accordo (spero!); e, al posto di un comune questionario per un pugno di ecm, paghiamo il ritardo accumulato con una verifica crudele. Sarà pure difficile da credere, ma adesso più che mai, ricordiamoci che le cose vanno come devono andare a volte.
Nel frattempo, però, il mio lavoro è diventato di attualità; mi sono dovuta integrare in una progettualità complessa, come stanno facendo altri colleghi, ed il tutto si è trasformato in un cantiere a cielo aperto senza precedenti. Questo però non ha impedito alle stranezze quotidiane di tenere banco, persino a dispetto della capacità di adattamento, che di soppiatto sta dando i suoi frutti. Lo slogan più battuto ci mantiene arzilli e recita: "realizzare programmi in sospeso e godere della casa". Dentro ci mettiamo un po' tutto: un bagno rilassante, una serie su Netflix, un'ora di esercizio fisico. Dipende dalle disponibilità. Ma, visto che la casa è pietrificata e tutte le speranze si sono infrante, per me basta e avanza il programma da attuare, soprattutto perché coworking in ufficio e smart working da casa hanno trovato la congiuntura perfetta.

progettazioneDi norma scrivo un punto di vista al mese, ma si sa, molte delle nostre abitudini sono saltate, e allora mi concedo un'edizione straordinaria dando spazio ad un particolare su cui rifletto da un po' di giorni.
Il mio lavoro prosegue, la quarantena non sembra fermare le idee, semmai le trasforma, ma la stanchezza che si accumula è diversa dalla solita, questo sì.
Finisco la giornata e segno come fatto quello su cui ho lavorato; i programmi servono anche a questo, ad accorgermi dell’impegno speso su qualcosa che trova un senso, e a sapere che l’indomani quel senso prenderà un’altra forma, di sicuro diversa, forse addirittura migliore.
Sento che il ricordo di un mese fa è sempre più distante, quasi remoto, mentre il futuro, anche quello più prossimo, è come se giocasse a nascondino con la perseveranza in cui confido.
Vado avanti osservando le persone con cui lavoro, credono in quello che fanno e sentono che è tempo d’imparare, anche se i modi di apprendere sembrano pochi e, a volte, risultano confusi. Per certi versi, deboli.
Vado avanti perché nel settore sportivo, qualsiasi legame, anche quello che ci unisce alla nostra passione, è un bene prezioso da tenere al sicuro; e così, per proteggerci dai rischi e lenire le sensazioni più pericolose, vado avanti. È questo il particolare che dicevo ed è il fulcro di una sfida immane aperta a tutti.