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"Spunti sportivi"

sacco pieno sacco vuotoQuesta mattina ero in fila alle Poste, vicina a due signori che, parlando di sport, ingannavano il tempo e forse loro stessi.
In effetti parlavano di calcio, che poi è sport, e cercavano di convincersi a vicenda su questioni di vita o di morte, di vittorie o di sconfitte, tanto che, sul finire, uno dei due ha dato un taglio netto alla complessità che sembrava profilarsi. "Non ci sono più calciatori e squadre di carattere". È stata questa la conclusione laconica a cui sono approdati entrambi, complice anche lo scorrere inarrestabile del tempo che consumava le rispettive attese.
Io sono rimasta in silenzio, come era ovvio che facessi; ma era così propensa ad ascoltare, che è stato istintivo per me rubare quel pezzo di conversazione, salvo poi rifletterci in seconda battuta e in piena autonomia.
Lo farò qui, in breve, senza pretese, solo per il gusto di chiarire questioni che contagiano chiunque inducendo (molti) a conclusioni raffazzonate.
Nello sport, ci sono risvolti che hanno una valenza trasversale, e che interessano qualsiasi atleta. Questo perché lo sport è fatto di persone, e se queste corrono, nuotano o combattono, per certi versi non cambia nulla.
Carattere è un termine che rischia di confondere. È una delle nozioni più antiche, spesso ancora oggi viene usata come sinonimo di personalità, ma generalmente si distingue per una connotazione morale; è stata usata infatti per riferirsi alle tendenze comportamentali che fanno sì che una persona, al di là degli ostacoli, agisca secondo coerenza rispetto a determinati costumi o valori.
Quindi il concetto di carattere è davvero vicino a quello di personalità, anche se tende ad accentuare gli aspetti di valore e conformità rispetto agli standard sociali (quando ad esempio si dice di avere un carattere forte o un carattere debole).

MOMA logo

Azioni Integrate per uno Sport Cresibile - Giugno 2017, Penne (PE)/San Benedetto del Tronto (AP): A/R

Un’esperienza futuristica che trae ispirazione da una storia fantastica.

Di seguito, l'incipit del Progetto presentato ai partecipanti.

La storia è quella di Moma, una bambina che era solita giocare, divertirsi e fare dell’allegria una forza motrice. La sua vita si svolgeva tra il mare e la montagna, passando attraverso laghi, colline, avvallamenti e lunghi sentieri. D'estate si cimentava tra le onde del mare, d'inverno con le discese innevate, e così sognava l'autonomia e la sicurezza di un domani. Presto aveva imparato a godere dei posti in cui cresceva e molti la definivano una bambina eccezionale. La sua famiglia era un po’ qua e un po’ là, così come i suoi amici e le persone con cui consumava giornate interminabili senza alcuna fretta. Con gli anni, lo sport ha riempito la sua quotidianità e nel tempo è diventato persino il suo lavoro; ma questa è un’altra storia che tratta di professionismo, risultati e grandi record (magari, la raccontiamo un’altra volta). Quello che ora ci interessa è che Moma ha ispirato il Progetto di cui stiamo parlando perché il suo desiderio l’ha spinta ad andare oltre senza alcun ripensamento; voleva condividere la sua passione per la scoperta, la sua determinazione nel mettersi in gioco e il suo coraggio d'imparare facendo sport. Immaginava che in futuro le sue regole e le sue abitudini avrebbero rappresentato una storia di vita improntata sulla bellezza e la felicità di chiunque le avesse cercate, e questo la spingeva ad andare avanti. A volte si accorgeva della fatica causata dall'ambizione, capiva che l'impresa era dura, ma sapeva come trasformare l’energia in una sfida continua, quella di fare qualcosa d’importante e di vero per se stessa e per gli altri. Grazie ai sogni di un'adolescente curiosa come Moma, esistono Progetti come questo che presentiamo. Fine della storia.

N.B.: Mo.Ma è un progetto cresibile

Un estratto della documentazione relativa alla progettualità si può consultare cliccando qui di seguito [1] [2]

Per ulteriori chiarimenti a riguardo è consigliabile contattare il Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

AtriCUP fotoSe domani dovessi raccontare di sport e del lavoro che svolgo, potrei usare la terza persona e la metterei all'incirca così ...

"Margherita Sassi ha sempre tradito una certa passione per lo sport; lo sport che da una parte si impara e dall'altra si insegna. Succedeva quando trascorreva l'infanzia tra il cloro delle piscine, le palestre delle scuole e le società dei centri sportivi, ma anche quando festeggiava l'onomastico, già adolescente, giocando una partita di calcetto, maschi e femmine, nella Pineta D'Avalos della città in cui viveva.

Ora, da psicologa dello sport, preparata a vivere la sua ardente passione, si adopera nel raccogliere informazioni per predisporre esperienze sia in diretta che in differita, perché lo sport possa trovare il suo migliore canale di espressione. Un canale unico; quello per cui i responsabili sportivi devono adoperarsi.

Margherita sembra aver intuito che il primo passo per ristrutturare un mondo che, ogni giorno, stravolge i suoi punti fermi è quello di rintracciarli, recuperarli e collegarli tra loro, facendo leva sulle persone, sui valori in cui credono, sui sentimenti che scatenano, e sulle loro abilità; quelle che ancora celano il sapore della verità e della bellezza. Ma per mettere il primo passo, si sa, servono degli aiuti, degli ausili e degli alleati. E chi meglio di persone capaci di ricordare l'entusiasmo e l’importanza di un primo passo? È per questo (e molto altro ancora!) che Margherita rintraccia, in contesti anche diversi, persone che quando serve sanno ripartire ogni volta da zero. Il bisogno è quello di progettare nel presente e preparare il futuro prossimo con il coraggio di vedere quello che ancora sfugge ad uno sguardo distratto, o forse solo attento a delle dinamiche che poco contano con lo sport e lo sviluppo. Contenuti basilari che meritano di essere considerati e valorizzati.

Margherita sta cercando di trasmettere la determinazione nell'esprimere una migliore qualità dello sport e della vita, per costruire una storia contemporanea che abbia il sapore della creatività e della sensibilità. Che sappia tradurre la teoria nei fatti. E che mostri alle persone il senso di una prospettiva nella quale riassaporare il gusto della sfida e della fiducia reciproca.

CPSPescara obiettiviOggi customizzare è la parola d’ordine. Siamo nell’era in cui ogni prodotto, bene o servizio che sia, viene customizzato. Sentiamo il bisogno di personalizzare ogni situazione, eppure se qualcosa o qualcuno ci mette sotto pressione (persino l’estate alle porte), allora ci omologhiamo a quello che ci offrono i media e l’industria. E così se ci sentiamo inadeguati, veniamo trascinati in popolari regimi malsani, alimentati da convinzioni contrarie al benessere proprio e altrui.

Risultato: lo sport, in barba alla definizione che ha stilato la Commissione Europea dieci anni fa, quando non viene medicalizzato finisce addirittura tra le nuove forme di dipendenza (vedi l’exercise addiction).

Soprattutto di questi tempi, in cui dilagano i segreti e le attività perfette per perdere peso e centimetri, l’esercizio ricreativo, così come il piacere di giocare e di esprimersi attraverso la propria corporeità, sembrano aleggiare in una dimensione trascurabile. Eppure è proprio questa la dimensione della libertà, dello sviluppo personale, delle convinzioni contrarie ai piani di allenamento dannosi ed estranei ad un’attività fisica che, invece, bisognerebbe appunto regolarmente customizzare. E non di certo in base alle mode, ma sulla scorta di un’educazione psicomotoria, figlia di molteplici esperienze, grazie alle quali, di volta in volta, aggiungere e non sottrarre.