progettazioneAnche oggi, allo scoccare delle dodici e trenta, è arrivata puntuale la chiamata d’ufficio. A turno, potrebbero essere Tim o Vodafone, ormai è assodato, e se sono impegnata neanche mi alzo. Ma oggi ero lì, affianco al telefono e istintivamente tacchete, ho risposto. Quasi senza volerlo, mi sono ritrovata in piedi vicino alla finestra che parlavo con un giovane psicologo, iscritto all’Albo da pochi mesi, desideroso di sapere del servizio di formazione individuale descritto sul nostro sito.
Ci siamo detti un po’ di cose per una decina di minuti, alla fine mi ha ringraziato e si è congedato con una richiesta affatto insolita, ovvero come avrebbe potuto fare per scegliere un buon corso di psicologia dello sport.
Appunto.
Ho risposto prospettando la presenza di un’offerta estesa e diversificata sul territorio nazionale, impossibile purtroppo sia da monitorare che da valutare, in quanto non ci sono parametri con cui stabilire la qualità di quello che c'è e nemmeno un albo ufficiale di consultazione. In sintesi, non vige alcun obbligo di adeguarsi a disposizioni particolari per elaborare un programma nel settore e quindi ognuno è libero di proporre quello che vuole.
La telefonata si è conclusa a stretto giro, entrambi sembravamo tuttosommato soddisfatti, lui di aver raccolto le informazioni che cercava, io di aver occupato la linea telefonica alla compagnia di turno. Alla fine della fiera, un suggerimento preciso avrei anche potuto darlo, ma sarebbe stato un filtro e visto che a pagare non sono io, non me la sono sentita.
In effetti, qui in Italia, queste situazioni sono sempre un po’ delicate e la difficoltà è dovuta al fatto che l’intervento di uno psicologo dello sport costringe ad una professionalità approfondita e multidisciplinare ed è molto improbabile che un corso sia strutturato sulla corposità della disciplina. Molto spesso, infatti, cosa succede? Che si faccia riferimento con maggiore efficacia ad un solo ambito; l’esempio più evidente, per intenderci, è quello in voga della preparazione mentale.

A conti fatti, sono stati venti minuti intensi, in cui non mi sono sottratta ad alcun suggerimento, anzi, ho sottolineato che un corso è una proposta formativa e tale resta, e che il lavoro è una fase di crescita separata, da affrontare con attenzione e coraggio. E poi, rispondendo a quel giovane dottore, ho anticipato che quando arriverà al punto nevralgico della sua esperienza, dovrà imparare a riconoscere gli strumenti di auto-formazione necessari alla propria professione, pena una mancanza di autonomia. Se il collega abbia preso appunti non lo so, ma se fosse avvezzo a farlo, ci sarà un foglietto in giro con una succinta check-list per un ipotetico corso di psicologia dello sport. Troverete scritto: longevità, caratterizzazione (perché bisogna ricordare che tutto e niente sono parenti!), corrispondenza tra bagaglio personale pregresso ed ambito d’intervento proposto, destinatari al passo con skill e qualifiche personali.
Per come la vedo io un corso (post-lauream) è di chi lo frequenta e non di chi lo tiene, per cui un occhio di riguardo a chi è rivolto direi che non guasta.
Dulcis in fundo, sulla preparazione e l’esperienza dei docenti, fate una telefonata e toglietevi i dubbi che avete. Dopodiché, progettate il vostro futuro lavorativo e se la proposta che state valutando è quella che vi serve, scaricate il modulo e iscrivetevi. Come on!!