progettazioneLo scorso mese ho annunciato che avrei approfondito la Legge Regionale che stava per essere promulgata. Poi, naturalmente lo è stata il 23 giugno 2020. Si tratta della n. 15, Medicina dello Sport e tutela sanitaria delle attività sportive e motorie, pubblicata sul BURA il 26 giugno, in vigore dal 27.
In realtà ho già trattato delle esperienze che sono state fatte in Abruzzo, nell'ambito della psicologia, in favore della medicina dello sport e mi sembra ormai evidente che ritengo si tratti di un settore particolarmente importante per il lavoro che svolgo. Quindi, è altresì chiaro che la diffusione di una legge innovativa, incentrata sulla qualità del servizio da riservare ai cittadini, interessati o appassionati alle attività sportive di ogni genere e livello, mi ha obbligato a stare sul pezzo. E non dico sia stato pesante, ma ridefinire delle prospettive per provare a dare un contributo è stato uno sforzo non trascurabile. Tant'è che per alleggerire il lavoro ho seguito un iter preciso.
Primo, tralasciare il timore che fosse come immaginavo.
Secondo, prendere contatti diretti con chi ha firmato la legge.
Terzo, scaricare il testo dal BURA per leggerlo attentamente e confrontarlo con quello precedente.
Ultimo, ma non per importanza, capire se e come potevo aver sbagliato.
Alla fine della fiera, questa mattina mentre facevo colazione e immaginavo queste parole, ho realizzato che all'interno di questa cornice la psicologia deve solo stabilire se vuole mettersi al servizio della salute dei cittadini che praticano o intendono praticare sport.
Infatti, l'articolo 1 della Legge Regionale n. 15 recita: la Regione Abruzzo provvede, nell’ambito della programmazione sanitaria, alla promozione dell’educazione sanitaria motoria e sportiva della popolazione quale mezzo efficace di promozione, mantenimento e recupero della salute fisica e PSICHICA ed assicura la tutela sanitaria dell’attività sportiva, promuovendo l’organizzazione e lo sviluppo degli interventi relativi alla Medicina dello Sport.
Pertanto, nel momento in cui dovesse deciderlo, ritengo che tra le righe ci siano i presupposti perché una professione sanitaria come la psicologia ottenga un riconoscimento ufficiale vedendosi associata alla medicina.

Personalmente, la perseveranza con cui avvaloro questa possibilità è solo una minima parte della mia convinzione onesta e ragionata che nel settore sportivo, sempre più complesso e più specialistico, la psicologia abbia il diritto assoluto di intervenire in maniera costante ed operativa in favore della salute delle persone. Credo, appunto, che una programmazione sanitaria rivolta alla qualità e all’innovazione si valuti anche da questi particolari. E non voglio dire che mi sembra arretrato scindere il piano psichico da quello fisico, ma ritengo sia controproducente che la psicologia venga relegata esclusivamente ai contesti in cui ci si occupa di prestazione e risultati correndo il rischio calcolato di essere disattesa e screditata.

Per chiudere, non riesco a non cedere alla tentazione di sottolineare che, al di là delle idee, l'esperienza accumulata in tanti anni, mi dice che i tesserati, i partecipanti agli eventi, gli appartenenti ai circoli, non sono gli unici ad avere diritto alla salute necessaria per fare un’esperienza sportiva. Un sistema sanitario adeguato deve tutelare tutti, considerando ciascuna persona nella sua interezza.
Per chi fosse interessato ai fatti accaduti, aggiungo solo che in questo mese mi è stato risposto che si può sempre migliorare. Per il momento ho espresso il mio accordo ed attendo un riscontro positivo. Intanto mi preparo per contribuire concretamente a migliorare la legge e guardare con responsabilità al futuro dello sport. Vedremo se la vicenda meriterà un nuovo punto di vista.