Il modo in cui abbiamo parlato finora del sistema sportivo e quindi dell’attività sportiva praticata non è del tutto adeguato. Noi psicologi abbiamo la tendenza a credere che l’ennesimo atleta in crisi, bisognoso di aiuto convincerà molti della necessità del nostro operato, ma il cervello delle persone reagisce alla storia umana più che al dato di fatto legato alla sofferenza.
E quindi piuttosto che escludere questo o quello, possiamo puntare a sostenere l’atleta in crisi, intervenire sul piano psicologico, e sforzarci di raccontare storie che forniscano un contesto capace di spiegare da dove viene la sofferenza e perché è importante.
Penso che questo sia un passaggio essenziale da realizzare, senza limitarsi alle biografie dei personaggi straordinari esistenti o passati, ma creando storie di fantasia ispirate a elementi di vita comuni.
La situazione sportiva italiana sta diventando complessa pur mantenendo la sua specificità; a volte, sembra che il lavoro fatto, al di là della finalità agonistica, sia stato cieco, e che il cambiamento necessario appaia esagerato rispetto alle condizioni attuali. Di sicuro le fasi di transizioni sono molto diverse da un funzionamento on-off e nel guardare alla trasformazione dello sport dobbiamo tenere conto dei recenti dati sanitari. Il tasso di obesità e di sedentarietà, così come il livello di analfabetismo psicomotorio, stanno prendendo una brutta china eppure evitare l’avanzamento indisturbato del processo si può. C’è ancora molto da fare, in particolare nelle diverse comunità locali, e potrebbe anche essere strategicamente valido procedere per zone.
In una situazione così critica, si impone una riflessione in più sul ruolo di ciascuna professione. Negli ultimi 30 anni, gli psicologi sportivi si sono comportati come se fossero addestrati a fare solo alcune cose. Assistere gli atleti, supportare gli agonisti e valutare fenomeni come il burnout sono competenze di base. Tuttavia, anche se abbiamo forzato alcuni passaggi di consegna, credo che l’errore più importante sia ciò che stiamo capendo adesso: collocarci come una professione al servizio esclusivo dell’atleta e privarci di molte altre funzioni, come invece il nostro ruolo prevede.
Possiamo svolgere una parte consistente dello sport e lo dimostra il fatto che quando partecipiamo al sistema e sperimentiamo situazioni conflittuali è perché miriamo a una destinazione più sana e più corretta.
Migliorare i metodi, gli strumenti e i protocolli per applicare adeguatamente le scienze psicologiche è importante per il futuro, pur avendo fatto del nostro meglio abbiamo ancora molti elementi da connettere.
I fattori sociali possono attraversare lo sport e contribuire a registrare risultati memorabili. Se comprendiamo come l’esperienza sportiva e il contesto hanno interagito in passato, possiamo essere più precisi e utili nel chiederci se una simile relazione di interdipendenza agisca ancora oggi. E questo ci aiuterebbe a dare un vero supporto all’intero sistema, intervenendo laddove lo sport risulta una potenziale risorsa per la salute, il benessere e la crescita del giovane atleta. Quando mi chiedono se le nuove generazioni sanno affrontare le difficoltà legate all’agonismo è come se mi chiedessero se spero di arrivare al lavoro in bicicletta. Mi sembra una domanda indecifrabile. Conosco la strada, so pedalare, vado al lavoro e finisce lì. Penso che l’educazione sportiva delle nuove generazioni preveda una logica simile. Sarebbe diversa se non sapessimo cosa stia causando tante difficoltà ai giovani o se fosse un fenomeno inaccessibile privo di strumenti di valutazione. Sappiamo, invece, che il sistema sportivo continua a spingere su prestazioni, risultati ed eccellenze, a causa di un’aspettativa eccessiva rispetto alle risorse dei giovani. Inoltre, sappiamo anche che tale aspettativa proviene dagli adulti.
Se 20 anni fa mi avessero detto quanto sarebbe stato vantaggioso studiare a fondo il sistema sportivo non ci avrei creduto. Sembrava che la prestazione fosse ancora esito di un processo più o meno naturale e la tecnologia una questione di nicchia. Ora abbiamo attrezzature e strumenti che consentono lavori puntuali persino in ambito amatoriale, grazie alle loro caratteristiche, e quindi al fatto che la tecnologia sia più economica e che favorisca un approccio alla pratica più consapevole.
Ritengo che lo sport si stia muovendo verso una nuova fase in cui saranno centrali la quantità e la qualità dell’esperienza, al di là del livello agonistico. Non tanto (e non solo) a causa dei danni causati dal precedente paradigma legato ai risultati, ma perché questa destinazione è semplicemente migliore. Abbiamo molti aspetti da recuperare che sono quasi scontati, basti pensare alla creatività o alla sensibilità dell’atleta.
Per aiutare le persone, anche quelle che sono appena desiderose di praticare sport servono quindi delle storie. Spiegare verità e mostrare grafici o “artifici” simili non cambierà le cose. Scoprire chi può fare cosa, come e con chi, attraverso storie mai esistite, può sostenere le persone nel riflettere sul significato dello sport. Affermare che gli atleti sono persone migliori, cosa vuol dire? Sembra sia difficile scavallare gli assiomi ed essere precisi. Ma se riusciamo a creare storie su come ne vengono influenzati i singoli individui, gli ambienti e l’intera società, allora possiamo prendere questa attività umana così complessa e trasformarla in qualcosa di adeguato alle possibilità di ciascuno.
Ciò che funziona è parlare dell’individuo e della relazione esistente tra sport e benessere. È di questo che mi occupo ogni giorno, e sono grata a chi con impegno fa la sua parte nel proprio settore di appartenenza.
Ritengo cruciale, come psicologi, svolgere il nostro lavoro a tutela della salute delle persone, in accordo con la nostra deontologia. Il prossimo grande passo per lo sport sarà la consapevolezza che, a livello umano, possiamo rendere il comportamento più responsabile, più autonomo e più competente. Perché puntare ossessivamente al risultato è un’abitudine di scarsa intelligenza. In fondo, si tratta di un modo inefficiente di sfruttare il potenziale umano che abbiamo raggiunto.
C’è bisogno di un cambiamento nel modo in cui guardiamo allo sport; al momento è ancora molto allettante per alcuni dire che è uno strumento di crescita fondamentale. Ma non saranno i postulati a promuovere il benessere dell’atleta. Saranno le buone pratiche a educare all’attività fisica ognuno di noi, e renderanno lo sport un’attività migliore. Parlare in questi termini, piuttosto che citare in maniera pedestre regole, sacrifici e passioni, sarà utile per il nostro futuro.