Il CPS Pescara risponde
Il sito del Ministero della salute, nella sezione Domande e risposte, ancora non prevede la salute mentale dello sportivo tra i temi elencati nel filtro di ricerca.
In attesa che a livello governativo colmino la mancanza in oggetto e nella speranza di sollecitare un interessamento pubblico, ce ne occupiamo noi come Centro di Psicologia dello Sport Pescara.
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Lo stress (etimologicamente, la parola “stress” significa “sforzo”) sopraggiunge quando l’atleta nell’intento di adattarsi, percepisce uno scarto tra le risorse che sente oppure pensa di avere e quello che dovrebbe fare per soddisfare le richieste (agenti stressanti esterni o interni). Si tratta di una condizione che può innescare diverse reazioni. Per esempio, noia e quindi disimpegno - nel caso in cui l’atleta si sente eccessivamente capace rispetto alla richiesta - o sopraffazione e quindi impotenza - quando l’atleta si sente assolutamente incapace rispetto alla richiesta. Una condizione di stress si definisce non solo in relazione alle presenza di agenti stressanti, ma anche in base alle risorse della persona sul piano fisico, mentale e sociale, e per quanto opportune le classificazioni di riferimento è importante identificare le cause di stress stando a una relazione di collaborazione con l’atleta.
"The stress or general adaptation syndrome, developed by Dr. Selye, is now an important and fondamental concept in medical theory and underlies much of the research being carried on in such diseases as rheumatoid arthritis, hypertension, and cardiac mecrosis. In essence, the stress concept postulates that the body responds to stress of any kind with a unified defense mechanism characterized by specific structural and chemical changes. This reaction can raise the resistance to stressful agents and can also be used to protect against disease. But, when the reaction is faulty or overly prolonged, it can also produce disease." (Selye H., "The Stress Syndrome", The American Journal of Nursing, Vol. 65, No. 3 (1965), pp. 97-99)
Esiste uno strumento di valutazione che viene ampiamente utilizzato oltre che in ambito clinico, per questioni psicoterapeutiche, psicologiche e somatiche, anche nel contesto sportivo per indagare lo stato d’animo dell’atleta. È il questionario “Profilo degli Stati d’Umore” (POMS; McNair et al., 1992). Misurare gli stati d'animo di un individuo, consente di valutare la salute mentale e il benessere emotivo dell’atleta, quindi indirettamente anche la condizione di stress.
Stando al manuale dagli autori McNair et al. (1992), le aree di applicazione del questionario sono sette (p.e., studi psicoterapeutici e farmacologici, ricerca sul cancro e sulle dipendenze, ricerca sulle emozioni e nella psicologia dello sport). La versione originale americana (McNair et al., 1971, 1992) contiene 65 elementi che ricevono risposta su una scala a 5 punti ("0 - per niente" a "4 - molto forte") per il periodo della "settimana passata, incluso oggi”. Le scale sono: Depressione, Tensione-Ansia, Rabbia-Ostilità, Affaticamento-Inerzia, Vigore-Attività e Confusione. Per quanto riguarda le istruzioni, le più comuni da offrire alla persona sono: “come ti sei sentito durante la scorsa settimana, incluso oggi?” oppure “come ti senti in questo momento?”.
Ad oggi, tra le numerose versioni abbreviate alternative all’originale sono state ritenute valide e affidabili il POMS-SF (Short Form) nel 1995 e il POMS-16 nel 2021.
Garantire i tempi di riposo, un’alimentazione adeguata e la regolarità nel ciclo sonno-veglia, attraverso sane e corrette abitudini giornaliere. Nel contesto familiare mantenere aperta la comunicazione. Evitare di lasciare l’adolescente con i suoi pensieri difficili da gestire, soprattutto se è incline a dimostrare il suo valore tramite le sue prestazioni. Creare momenti di svago assoluto, anche distanti dall’ambito sportivo (p.e., musica, spettacolo, arte, cucina). Il giovane che stabilisce degli obiettivi deve perseguirli con attenzione, evitando le pretese assolute e ricordando l’importanza di rimodulare qualsiasi piano quando le risorse fisiche, mentali e sociali diventano insufficienti rispetto al carico di lavoro previsto.
Sì, condividere degli obiettivi è un passaggio connaturato all’attività sportiva agonistica, ma va comunque considerata attentamente la fascia di età. Bisogna assumere un comportamento rispettoso dell’esercizio ancora grezzo delle funzioni esecutive, volto a stabilire, mantenere, monitorare, correggere e realizzare un piano d'azione mirato. Inoltre, ogni adolescente si trova a gestire le proprie fasi di sviluppo, con dei cambiamenti corporei spesso considerevoli, e una trasformazione continua dei rapporti sociali. Per cui è importante cogliere le risorse del giovane, renderlo confidente con il proprio benessere e abituarlo progressivamente a un comportamento finalizzato alla realizzazione di qualcosa di più grande. Si tratta di connettere gli insegnamenti familiari con quelli sportivi e favorire così l’espressione graduale della personalità in essere.
L'organizzazione dello sport italiano prevede che le Federazioni Sportive Nazionali (FSN), le Discipline Sportive Associate (DSA) e gli Enti di Promozione Sportiva (EPS) riconosciuti dal CONI offrano regolarmente a tutti gli affiliati o aspiranti tali, confluenti nelle Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD) e nelle Società Sportive Dilettantistiche (SSD) del territorio, informazioni aggiornate, dati scientifici, modelli operativi, teorie e tecniche necessarie ai diversi ruoli. La Scuola dello Sport è l’agenzia formativa del CONI e gestisce le attività in sinergia con le altre strutture, in particolare con le FSN che mantengono una piena autonomia nella certificazione di competenze (e quindi nell’attribuzione delle qualifiche) ai loro operatori, come pure nella gestione e programmazione delle fasi principali della formazione.
Le Federazioni, che hanno natura di associazione con personalità giuridica di diritto privato, decidono quindi in assoluta libertà anche sulla possibilità di incorporare esperienze formative esterne al loro sistema (es. Università) o esperienze pratiche necessarie ai fini del conseguimento delle qualifiche o della formazione continua.
L’atleta usa comunemente le tecniche di rilassamento per fronteggiare situazioni in cui l’intensità delle emozioni risulta troppo elevata rispetto alla necessità di svolgere adeguatamente il compito in questione. Di solito, la finalità dell’atleta è quella di sentirsi lucido, concentrato e orientato alla riuscita, tramite uno stato di calma emozionale e distensione. È dimostrato che, dinanzi a uno stesso stimolo (p.e., decisioni tecniche discutibili, ritardi nelle trasferte, incomprensioni tra compagni di allenamento), il livello di stress può variare a seconda del soggetto per fattori di tipo personale, sociale e culturale. L’impatto delle tensioni può dipendere dalle convinzioni dell’atleta, dalla prospettiva del gruppo di appartenenza, dal bagaglio culturale e dalle esperienze maturate. Le tecniche di rilassamento vengono selezionate e annesse alla preparazione considerando ciascuno di questi elementi e valutando via via l’efficacia che riporta l’atleta in base alle sensazioni e alle emozioni registrate. In genere, le più utilizzate sono: il rilassamento progressivo di Jacobson, la mindfulness e la respirazione diaframmatica. C'è anche il metodo di Schultz (training autogeno) ed è più articolato. La possibilità di visualizzare, abbinata alle tecniche e ai metodi di rilassamento, può risultare una scelta valida, ma anche qui vanno valutate accuratamente le caratteristiche dell’atleta.
In generale è meglio praticare un’attività sportiva per divertirsi, stare in forma, essere fisicamente attivi e migliorarsi, preferire contesti in cui è previsto l’utilizzo costante del gioco, a prescindere dalla disciplina. L’agonismo può essere compreso nell'esperienza sportiva evitando, però, situazioni disorganizzate e sconnesse. Si consiglia di favorire la capacità di bilanciare il dovere scolastico e il piacere di competere. Laddove l’impegno diventa considerevole, attenzionare gli eccessi di aspettative e preferire la capacità di iniziativa, progettazione e organizzazione ai comportamenti di ricerca della ricompensa.
Dotarsi di un promemoria personalizzato, da stilare in un momento di serenità, per ricordare quello che conta.
Abituarsi a selezionare le informazioni necessarie nei momenti in cui c’è una sovrabbondanza di stimoli per evitare che lo sforzo di processamento alteri la stabilità emozionale.
Limitare un utilizzo inconsapevole e sregolato della tecnologia, affinando delle strategie di minimalismo digitale personalizzate.
Sperimentarsi in situazioni nuove per scoprirsi principianti e abbassare il livello di aspettativa, nel frattempo prendere confidenza con il compito.
Nelle situazioni caratterizzate da un’elevata pressione, può essere sufficiente mettere in relazione quello che sta succedendo con qualcosa di più stressante, esterno allo sport.
Se si punta sulla competizione come elemento di svago non indirizzarla esternamente, ma regolarla su sé stessi in modo da prevenire senso di impotenza, frustrazione o rabbia, quindi comportamenti eccessivamente aggressivi. Se la carica agonistica è troppo elevata è più dannosa che utile.
Riconoscere quando il desiderio di divertirsi diventa pretesa come se il divertimento arrivasse in automatico e nell’immediato con la pratica sportiva. Accettare il proprio stato emozionale, assumere un atteggiamento giocoso e lasciarsi andare.
Assicurarsi un abbigliamento comodo, la piacevolezza del tessuto a contatto della pelle e un’adeguata pesantezza.
In ogni caso, in generale, è possibile rendere più adeguata la pratica sportiva prendendo atto delle difficoltà del momento e comunicando laddove necessario il proprio bisogno di divertirsi.
La pratica sportiva è un’opportunità di benessere, trasversale ad ogni età, anche in assenza dello stimolo a muoversi. Si consiglia di fare sport secondo le linee guida dell’OMS (2020), salvo la necessità di ricorrere a un’attività fisica adattata, di preferire l’agonismo garantendo correttezza, lealtà e rispetto delle regole, di ridurre al minimo il tempo dedicato alle attività sedentarie, di bilanciare sport e alimentazione e di monitorare il ciclo sonno-veglia. Laddove è presente un’idoneità fisica, la quantità varia in funzione dei fattori menzionati, mentre il tipo di attività è importante che sia coerente con l’identità e la personalità dell’individuo.
Nello sport agonistico gli atleti sono più a rischio burnout rispetto a chi pratica attività amatoriali o ludico-motorie.
Evitare aspettative illusorie sul rapporto diretto con lo specialista in psicologia dello sport (pur essendo importante, non è sufficiente a sostenere l'atleta nella totalità della sua esperienza sportiva).
Integrare il proprio contributo con quello di altre figure, in relazione ai fattori cruciali legati al benessere dell'atleta.
Interagire costantemente nel promuovere un approccio multidisciplinare basato su variabili fisiologiche, tecniche, fisiche e psicologiche.
Valutare l'atleta come parte di un sistema più ampio, diretto a un funzionamento sano e supportivo.
Considerare attentamente sia fattori ambientali che personali.
Si parla di vigoressia o più precisamente dismorfia muscolare (cfr. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5), quando la persona manifesta un’ossessione per la muscolatura del proprio corpo e la compulsione all’esercizio fisico. In questo caso l’individuo ha un'ossessiva preoccupazione che il proprio corpo sia insufficientemente muscoloso o troppo piccolo, anche quando la corporatura è normale o ben sviluppata. Si tratta di una specificazione del Disturbo da Dismorfismo Corporeo (BDD) e rientra tra i disturbi ossessivo-compulsivi. Alcuni dei sintomi codificati sono: impulso a correggere il difetto con un allenamento compulsivo, un regime alimentare rigido o altre procedure mediche, disagio significativo, ansia e/o problemi nel funzionamento sociale, lavorativo, scolastico.