consulenza

Consulenze

 

progetti editoriali

Letture sportive

corsi

Corsi

 

cresibilità

Cresibilità®️

progetti

Progetti scuola e sport

 

riconoscimenti

Premi ed eventi

approfondimento

"Punti di vista"
La rubrica del mese

spunti sportivi

"Spunti sportivi"

PPC9

Il presente lavoro deriva da un interesse personale per la psicologia dello sport e dall’intento di manifestare la mia convinzione per cui: il traguardo dell’atleta, corrispondente alla sua crescita personale, verrebbe garantito dall’esercizio stesso della pratica sportiva, a prescindere da quale tipo esso sia.
In particolare, ho scelto di argomentare sul rapporto tra sonno e performance sia per le curiosità suscitate dalle esperienze fatte in ambito sportivo, sia per ragioni squisitamente speculative.
Per quanto riguarda gli aspetti teorici ho cercato di fare un quadro esaustivo della realtà in cui versa lo sport in questo momento e dell’evoluzione della psicologia dello sport come disciplina.
In relazione alla terapia, tra le sindromi aspecifiche da sport, ho presentato una rassegna dei vari disturbi del sonno, in quanto particolarmente significativi una volta inseriti nel contesto dell’indagine.
Per coniugare l’evento-gara, la personalità dell’atleta e la preparazione mentale, ho cercato di rilevare la valenza della peak perfomance e l’utilità di una condizione pre-gara ottimale.

Lewandowski

Mio padre faceva judo, giocava a calcio solo per passione. Mia madre giocava a volley. Io ho provato tanti sport, compreso proprio il judo. L’ho praticato per tanto tempo, ma ho sempre pensato che sarebbe stato difficile per me ripercorrere la strada di papà, sapevo quanto complicato era quello sport.
I miei mi hanno fatto anche da insegnanti di educazione fisica: io volevo sempre giocare a calcio, loro mi hanno fatto provare altro, soprattutto il basket, mentre io continuavo a ripetergli che mi interessava il pallone. Ma papà mi diceva che dovevo essere atleticamente più flessibile, che mi avrebbe fatto bene imparare movimenti di altre discipline. Aveva ragione, ora ho un corpo molto elastico. Vedo la differenza tra me e i miei compagni. Ovviamente da ragazzino non capivo cosa volesse da me e perché. Ora posso imparare un movimento diverso ogni settimana e renderlo senza problemi parte del mio gioco. La flessibilità è importante per permettermi di essere un calciatore ad alto livello.
Se per tutta la vita fai sempre e solo uno sport, il tuo corpo impara solo determinati movimenti e non è pronto per altri perché sviluppa solo alcuni muscoli.” (Cover story, Robert Lewandowski, Sportweek, n. 21, 21 maggio 2021)

Non tutti sono fortunati ad avere genitori, insegnanti di educazione fisica, come me e Lewandowski; però, di sicuro, c’è da imparare da un giocatore capace di segnare 5 gol in 9 minuti (Bayern München vs. VfL Wolfsburg 5-1).
E quindi prenderei per buono il concetto di flessibilità e adattamento, considerando che è un punto fermo quando si scannerizza un leader. Per ragionare su una squadra, un’azienda o un qualsiasi altro sistema funzionante, bisogna infatti sganciarsi dalle gerarchie e stimolare, invece, le competenze comunicative e la possibilità di esprimersi al meglio delle proprie abilità all’interno del proprio ruolo.
Trattare di flessibilità, pensando a un top player, significa quindi poterla declinare non solo nella dimensione fisica e atletica, ma anche psichica e, perché no, sociale; immaginando naturalmente di applicarla a livello personale e lavorativo.

PPC8

In un tempo lontano, mentre Aristotele (384-322 a.C.) affermava che «la vita è nel movimento», Epicuro (341-270 a.C.) riferiva che essa poteva essere felice nella sua finitezza e che la ricerca di un benessere al di là dei suoi limiti - come considerava Platone - non era che un vacuo prodotto dell’immaginazione.
Nella prima metà dell’Ottocento, Arthur Schopenauer ravvisava che «la vita consiste nel movimento e ha in esso la sua essenza» e aggiungeva che «senza un adeguato moto quotidiano nessuno può rimanere sano, quando come avviene nella vita sedentaria d’innumerevoli persone manca quasi del tutto il movimento esterno, si verifica una stridente e rovinosa sproporzione tra l’immobilità esterna e il tumulto interno» (Schopenauer, La saggezza della vita).

per un pugno di euro

Il sindaco di Genova ha chiamato Paolo Verri, progettista culturale piemontese con una lunga esperienza professionale, per le attività collegate all’arrivo in città della Ocean Race, competizione velistica con partenza da Alicante nel 2022 e arrivo a Genova nel mese di giugno 2023. L’azione sarà quella di dirigere il settore del Comune che si occuperà dell’imponente programma di eventi e attività di riqualificazione urbana.
La notizia è stimolante, ha il sapore di un’integrazione spesso annunciata e poi elusa; la prospettiva di un acclarato progettista culturale al servizio di una competizione internazionale è promettente. Si tratta di un’azione reale, concreta. Contraria a quelle che altrove si spiaggiano tra parole, congetture e vecchie disquisizioni.
Riflettendoci bene, l’abbinamento sport-cultura rappresenta un cult alla mercé di chiunque; sembra quasi che l’una faccia da scudo all’altro, quando le cose si mettono male o sono difficili da raccontare, e appellarsi ai valori e alle tradizioni diventa l’ultimo baluardo di salvezza.