Domenica scorsa, di prima mattina, apro il Corriere della Sera nell’intento di scorrere le pagine dell’inserto Salute. Mi accingo a leggere e subito mi colpisce l’editoriale, l’allusione a “La leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori è forte, ma mi torna anche in mente il titolo del libro di Raffaele Mantegazza pubblicato nel ’99, “Con la maglia numero sette”.
Mi chiedo se può essere che l’editoriale di un quotidiano si ispiri ancora a contenuti utilizzati venticinque anni fa. Prendo il volume dalla mia libreria, sfoglio le prime pagine e perfino l’esergo richiama il testo della canzone. È proprio così, la memoria non mi ha tradita. In copertina c’è una squadra di ragazzini disposti su due file, tutti più o meno sorridenti. Il sottotitolo recita: le potenzialità educative dello sport nell’adolescenza. C’è una corrispondenza netta.
A questo punto mi soffermo sul punto di vista di Luigi Ripamonti, responsabile dell’inserto e firma dell’editoriale. L’intento sembra essere aprire alle successive pagine nelle quali una psicologa specialista in psicologia clinica e un formatore di un ente di promozione sportiva nazionale approfondiscono perché lo sport è fondamentale per gli adolescenti.
Prendo nota di persone del tutto qualificate che rappresentano istituzioni private e un gruppo editoriale storico. La posizione è molto simile, su un argomento che in questo periodo dell’anno torna quasi come un appuntamento fisso con la ripresa di svariate attività.
Specificamente, si parla dei benefici dello sport e del comportamento degli adulti. Eppure, penso che la questione sia più delicata di quello che sembra a un primo sguardo: ha a che fare con l’intero sistema sportivo, il livello di competenza, trasparenza e onestà che dovrebbe tutelare e promuovere la salute e il benessere degli adolescenti. Così come il Corriere Salute dovrebbe veicolare un messaggio chiaro, di utilità sociale, in modo che l’informazione possa offrire uno spaccato esatto del tema affrontato.
Ora, sul piano sportivo, ascoltare il pensiero di diversi allenatori è senza dubbio un passaggio importante per chi scrive. Ma se si assumono le testimonianze raccolte senza scorporare i pregiudizi e i bias cognitivi ricorrenti, gli elementi su cui riflettere diventano frutto di un approccio pericoloso ovvero tradurre una percezione comune in una prospettiva miope che finisce per trovare “il più efficace deterrente a una sana pratica sportiva” in una responsabilità altra, che è quella genitoriale.
Le statistiche recenti dicono che le dimensioni del sistema sportivo stanno raggiungendo numeri sempre più consistenti (si vedano i dati ISTAT 2024 sulla pratica sportiva italiana) ed è davvero difficile credere che l’intero “marchingegno” non possa comprendere e magari rimodulare anche “il più efficace deterrente a una sana pratica sportiva” citato nell’editoriale.
Di fatto, ci sono migliaia di genitori che si affidano a migliaia di associazioni di vario genere per l’attività dei figli. E pagano di tasca propria, senza accedere ad alcun finanziamento o agevolazione, se non a particolari condizioni di cui, anche lì, ci sarebbe da discutere, ma questa è un’altra storia.
Insomma è un sistema complesso, quello sportivo, troppo facile da districare esprimendo un consenso mistico nei riguardi della pratica sportiva. E allora grazie a questo editoriale voglio sperare che il mito dei genitori guastafeste possa essere derubricato una volta per tutte.
Il messaggio ai giovani è uno ed è chiaro: giocate! Se la situazione vi sembra particolarmente impegnativa affidatevi a una società sportiva capace di ascolto e di intervento e cercate persone competenti che sappiano darvi le giuste raccomandazioni. Perché alla fine, come recita il titolo di uno splendido progetto archiviato, se grande vuoi diventare a giocare devi imparare.