Selezione a cura di M. Sassi - La scienza dello storytelling, di Storr, W., Codice edizioni (2020)
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Anatomia di un sé imperfetto; il punto di innesco
Il sé, con tutti i suoi difetti e le sue peculiarità, impiega parecchio per farsi strada nell'universo.
Tutto ha inizio nel momento in cui riconosciamo la nostra immagine allo specchio. Gli adulti di riferimento ci raccontano storie sul passato e sul presente, su come dovremmo gestire il tutto. Iniziamo a dare il nostro contributo a queste micronarrazioni su noi stessi. Ci rendiamo conto di essere orientati a determinati obiettivi: puntiamo a qualcosa e cerchiamo di ottenerlo. Capiamo di essere circondati da altre individualità, a loro volta orientate a determinati obiettivi. Realizziamo di rientrare in una determinata categoria - maschio, femmina, classe lavoratrice - su cui gli altri coltivano aspettative ben precise. Potremo fare, e abbiamo già fatto, determinate cose. A poco a poco queste sacche di memoria storica individuale inizieranno a collegarsi fino a produrre qualcosa di coerente, dando vita a trame impregnate di una certa personalità, collegate da un determinato filo rosso. Infine, nel corso dell'adolescenza, osserva lo psicologo Dan McAdams, tenteremo di guardare alla nostra esistenza come a una «grandiosa narrazione, in cui ricostruiremo il passato e immagineremo il futuro al fine di garantirci una parvenza di scopo, coerenza e significato».
Dopo aver affrontato questa fase adolescenziale di creazione narrativa, il cervello avrà sostanzialmente elaborato ciò che siamo, che cosa ci sta davvero a cuore e come dovremmo agire per ottenere ciò che vogliamo. Dalla nostra venuta al mondo la mente ha potuto contare su una condizione di estrema plasticità, che le ha permesso di plasmare i propri modelli. Adesso, però, risulterà meno malleabile, opporrà più resistenza. Gran parte delle caratteristiche e degli errori che ci rendono ciò che siamo risulta ormai assimilata. I nostri difetti e le nostre peculiarità sono ormai parte integrante di noi. Di fatto la nostra mente si è formata.
Da questo momento in poi il cervello entra in una modalità che varrebbe la pena comprendere, soprattutto se si è interessati al conflitto e al dramma umani. Dal ruolo di costruttori passeremo a quello di difensori di modelli. Ora che il sé imperfetto con il suo modello imperfetto del mondo è stato costruito, il cervello si trasformerà nel suo paladino. Quando ci imbattiamo in dati che rischiano di metterne in forse la validità, poiché altri percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, potremmo sentirci profondamente turbati. Eppure, invece di modificare i nostri modelli tenendo conto anche del punto di vista altrui, il cervello farà di tutto per smentire ogni altra tesi.
Per dirlo con le parole del neurobiologo Bruce Wexler: «Nel momento in cui le strutture interne [del cervello] si assestano, notiamo un capovolgimento nel rapporto tra interno ed esterno. Non saranno più le strutture interne a venire plasmate dall'ambiente: da questo momento in poi l'individuo agirà al fine di preservare le proprie strutture endogene, a dispetto di ogni dato ambientale potenzialmente in grado di smentirle, e vivrà come difficoltosa e dolorosa qualsivoglia modifica strutturale». Reagiamo a queste minacce con il pensiero distorto, con la polemica e l'aggressività. Ancora con le parole di Wexler, «ignoreremo, tralasceremo e tenteremo attivamente di screditare le informazioni che non si conformano a tali strutture».
Il cervello difende il nostro modello imperfetto del mondo trincerandosi dietro le più scaltre faziosità. Quando ci imbattiamo in un nuovo dato o in una nuova opinione, li passeremo subito al vaglio: se risultano conformi al nostro modello di realtà, risponderemo inconsciamente con un sì. In caso contrario, la nostra risposta inconscia sarà no. Tali risposte emotive precedono ogni ragionamento conscio. Quando dobbiamo decidere se credere o meno a qualcosa, difficilmente ci dedichiamo a un'imparziale ricerca di prove. Anzi, andremo a caccia di qualunque dato possa confermare ciò che i nostri modelli hanno stabilito per noi. Non appena troviamo una prova a sostegno della nostra «posizione», ovvero ne avremo recuperate «a sufficienza perché la nostra posizione abbia senso - smettiamo di pensare». Di fatto ci avvaliamo di quella che viene talvolta definita «regola del senso».
Non solo i nostri sistemi di ricompensa neurale conoscono un piacevole picco quando ci inganniamo in questo modo, ma arriviamo perfino a raccontarci che la nostra indagine smaccatamente di parte era mossa da nobili intenti, oltre che accurata. È un processo davvero subdolo. E non si tratta di ignorare o tralasciare le prove che smentiscono i nostri modelli (ma facciamo anche quello). Troviamo i sistemi più discutibili per rifiutare l'autorità degli esperti che adducono prove contrarie alla nostra tesi: daremo arbitrariamente peso ad alcune parti della loro testimonianza e non ad altre, ci attaccheremo agli errori più irrilevanti per smontare l'intera loro tesi. L'intelligenza non aiuta a dissolvere questi miraggi cognitivi di correttezza: le persone intelligenti saranno semplicemente più brave a trovare il modo di «dimostrare» che hanno ragione, ma non lo saranno altrettanto nel riconoscere la fallacia delle proprie posizioni.
???? WILL STORR (willstorr.com) è uno scrittore e giornalista britannico, autore di saggi e romanzi. Tiene corsi di scrittura creativa, e i suoi articoli sono stati pubblicati su "The Guardian", "The New Yorker" e "The New York Times".
fonte: Codice edizioni