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"Spunti sportivi"

progettazioneSiamo entrati nel mese di giugno e, a quanto pare, la pandemia molla un centimetro per volta, non di più.
Se mi fermo a riflettere sul settore lavorativo, la maggior parte di noi sembra assorbita dalle conseguenze dei mesi trascorsi e lo s'intravede dai processi di auto-formazione, dalle ricerche in corso e dallo stravolgimento repentino di alcune attività. Sento persone parlare di emergenza dovunque e, nello sport, adoperarsi per una situazione che continua a definirsi come un’incognita.
Okay, in realtà io faccio un po' a botte con questo modo di procedere, ma è un problema mio. Quello che, invece, vorrei condividere è che se, in prima battuta, ci siamo fatti travolgere ed è stato normale, ora dobbiamo riprendere quello che stavamo facendo ed i progetti per cui ci battevamo e sbattevamo. Se ci garantiamo la lucidità di stabilire da dove ripartire, come farlo e cosa mantenere dei programmi sospesi, sarà più semplice ripartire per tutti.
Ognuno avrà i suoi modi, i suoi tempi, ma il mio è un invito collettivo e non posso non farlo all'interno di questo spazio. Quindi, come di consueto, riparto da una notizia attuale, che mi riguarda direttamente e che, forse, mi può aiutare nel provare ad essere più incisiva.
Prendo spunto dal seguente comunicato stampa di giovedì scorso (28 maggio).

 

Legge medicina dello sport, l’Abruzzo rivoluziona la tutela sanitaria delle attività sportive.

progettazioneVorremmo che foste tutti sani e salvi in un momento così critico. Questo è il nostro primo, forte desiderio.
In risposta ai mesi trascorsi all’insegna del Covid-19, il CPSP è andato avanti con il lavoro, mettendo a fuoco i processi in atto e contenendo le incognite.
Ci siamo equipaggiati con le procedure necessarie e sono cambiate le modalità, ma non le intenzioni. La salute e il benessere delle persone, con cui e per cui lavoriamo, si confermano di estrema importanza, adesso più che mai.
Abbiamo avuto l’opportunità e la fortuna di fare un’interessantissima esperienza lavorativa online, durante tutta la fase del lockdown, e stiamo già progettando un report ad hoc che renda merito alla realtà sperimentata.
Continuiamo, nel frattempo, a fornire aggiornamenti sul nostro sito web, tramite la Rubrica del mese (Punti di vista), e sui nostri social media (Facebook, Instagram e LinkedIn).

progettazioneIn ambito sportivo, negli anni Ottanta, si è trattato profusamente di interdisciplinarità, grazie a figure di rilievo come Arthur Hotz, anche se in effetti era un’idea che veniva da lontano, da autori come John Dewey, Jean Piaget, Jerome Bruner. Studiosi importanti. Poi, senza particolari proclami, è subentrata la parola multidisciplinarietà, quasi a puntellare l'altra. Nei fatti le cose cambiavano poco, però è probabile che funzionasse meglio; magari suonava come un termine più adeguato, in qualche modo contemporaneo.
Fatta la premessa, scivolare su un piano educativo sarebbe una conseguenza naturale, invece parto da qui per sostenere che anche solo tra psicologia cognitiva, pedagogia e scienze motorie, siamo assolutamente equipaggiati per credere che l’evoluzione dello sport debba fondarsi su uno scambio di competenze a più livelli. Ed oggi, forse, siamo arrivati ad un ennesimo punto critico, in cui possiamo andare oltre e correre il rischio di cambiare di nuovo, mettendo mano al modello organizzativo e cercando dei paradigmi emergenti capaci di favorire una trasformazione. Penso, per esempio, alla metadisciplinarità, che potrebbe fare al caso nostro e costituire una "situazione a tendere" rispetto alla quale, in base anche alle reazioni ai sistemi di ripartenza dal Covid-19, le realtà sportive all’avanguardia potrebbero iniziare le prime sperimentazioni. Il concetto a cui alludo è piuttosto recente (primi anni del Duemila) e credo si profili come una prospettiva plausibile, se consideriamo anche l'affermazione evidente dei processi sociali, economici e tecnologici. Provo ad entrare nel dettaglio di quello che ho in mente.

progettazioneUn effetto prevedibile della mia quarantena era che avrei ragionato sulla figura dello psicologo come professione sanitaria. Tanto è stato, la salute è all'ordine del giorno e anch'io ci ho riflettuto, concentrandomi sul lavoro e considerando che le cose cambieranno. Manco non fossero già cambiate. Nella realtà, il tempo avanza anche se noi rallentiamo, e credo che molto presto ci sarà un gran da fare.
Quello che mi chiedo e chissà se questa pandemia sia una spinta a capire il fondamento dei successi sportivi.
Un annetto fa (eravamo di sicuro più tranquilli), in un convegno di medicina e psicologia dello sport - organizzato da me ed un gruppo di colleghi - veniva a galla una verità, che l'andamento della prestazione deriva dallo stato di salute. Magari, qualcuno dubitava, ma adesso siamo tutti d'accordo (spero!); e, al posto di un comune questionario per un pugno di ecm, paghiamo il ritardo accumulato con una verifica crudele. Sarà pure difficile da credere, ma adesso più che mai, ricordiamoci che le cose vanno come devono andare a volte.
Nel frattempo, però, il mio lavoro è diventato di attualità; mi sono dovuta integrare in una progettualità complessa, come stanno facendo altri colleghi, ed il tutto si è trasformato in un cantiere a cielo aperto senza precedenti. Questo però non ha impedito alle stranezze quotidiane di tenere banco, persino a dispetto della capacità di adattamento, che di soppiatto sta dando i suoi frutti. Lo slogan più battuto ci mantiene arzilli e recita: "realizzare programmi in sospeso e godere della casa". Dentro ci mettiamo un po' tutto: un bagno rilassante, una serie su Netflix, un'ora di esercizio fisico. Dipende dalle disponibilità. Ma, visto che la casa è pietrificata e tutte le speranze si sono infrante, per me basta e avanza il programma da attuare, soprattutto perché coworking in ufficio e smart working da casa hanno trovato la congiuntura perfetta.